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12 marzo 2011

L’Italia al bar. L’Unità secondo Collodi



L’Italia al bar.
L’Unità secondo Collodi

Liberamente tratto dai testi
di Carlo Lorenzini (Collodi)

17 marzo 2011 ore 21.00
Libreria Edison
Piazza della Repubblica – Firenze

regia di Niccolò Baldari
testi di Giovanni de Leva
da un'idea di Diego Gabriele
musiche di Alessandro Piccinetti e Luca Sciortino
direzione artistica di Andrea Monastero
grafica e locandina di Diego Gabriele
Teatro dell'Otium

con il supporto di:
Teatro Puccini

Con la voce di Collodi, il coro delle celebrazioni per i centocinquant’anni dell’Unità d’Italia guadagnerebbe un controcanto ironico, lucido quanto sinceramente animato di fede risorgimentale. La lettura-spettacolo L’Italia al bar. L’Unità secondo Collodi muove appunto da questo intento: a partire dai testi del Lorenzini giornalista, smontati e rimontati per una lettura a tre voci, si è cercato di ripensare all’Unificazione dalla singolare prospettiva d’un caffè della Firenze granducale, di raccontare cioè i fiorentini alle prese con l’Unità d’Italia.
Ne è risultato uno spettacolo comico e storico al tempo stesso, che inizia dal ritratto affettuoso e sarcastico dei “fiorentini d’una volta”, passa quindi al divertito ricordo della “brutta malattia” della Capitale provvisoria e che infine, dai tavolacci d’un caffè popolare, guarda alla neonata nazione con un misto di speranza e disincanto. Alla storia partecipano i più diversi personaggi: il fiorentino che sogna Livorno come fosse una meta esotica, la stessa città di Firenze che prende per secondo marito il governo italiano, l’onorevole Cenè Tanti o il ragazzo di strada, sorta di fratello di Pinocchio, a cui, non a caso, Collodi affida il compito di vivificare la nuova nazione.
Coerentemente all’ambientazione dello spettacolo, in cui alle voci degli attori s’intrecceranno interventi musicali dal vivo, L’Italia al bar prevede un allestimento iniziale proprio in alcuni bar fiorentini. L’idea è quella d’un itinerario ideale lungo la città, attraverso cui restituire all’autore di Pinocchio tutto il suo impegno politico, la passione d’un uomo che partecipò alla costruzione dello Stato italiano senza nasconderne però le contraddizioni originarie.

“Dentro questo Caffè, per ragione di diritto o di spensieratezza, era lecito parlare un po’ d’ogni cosa: anche di politica, anche di libertà, anche dell’Italia di là da venire; e se ne parlava senza mistero, a voce alta, come se il Granduca fosse un mito e il Prefetto di città un orco immaginario inventato apposta per far paura ai bambini che non vogliono addormentarsi. Le spie o “confidenti” non ci capitavano mai, o ci capitavano di rado, forse per paura di diventare liberali anche loro. Di qui partirono le prime dimostrazioni patriottiche del 1848, quelle dimostrazioni che oggi si chiamano piacevolmente quarantottate.”

08 marzo 2011

Cerchio di gesso - installazione e video arte in memoria di Francesco Lorusso e del movimento studentesco del '77



'Cerchio di gesso' - installazione e video arte in memoria di Francesco Lorusso e del movimento studentesco del '77

a cura de Il Cigno Meccanico

"tutte le identità non sono che simulate, prodotte come un effetto ottico, attraverso un gioco più profondo che è quello della differenza e della ripetizione"
...GILLES DELEUZE

‘Cerchio di gesso’ si sviluppa da una riflessione sulla congiuntura storico culturale di fine anni ‘70. La constatazione delle interferenze tra la situazione attuale e quella passata e la volontà di intraprendere una ricerca non impostata su metodi abituali hanno dato luogo ad un processo di rimediazione: la significativa serie di eventi che aveva investito Bologna nel marzo del 1977 è stata rielaborata secondo punti di vista personali e attuali. La necessaria fase di ricognizione delle informazioni alla base di ogni lavoro non è da intendersi come esito finale di un’indagine, ma, al contrario, come input iniziale di un groviglio di percorsi che conducono ad una ripresentazione del passato in una moltitudine di possibili ripetizioni differenti. La distanza temporale si traduce in una distanza concettuale: il passato non viene rappresentato, ma viene ri-presentato attraverso azioni concrete veicolate dall’utilizzo di diversi mezzi espressivi. I dati originari non sono riproposti in modo diretto e anacronistico, sono immersi nella contemporaneità perché sottoposti a variazioni attuate e radicate nel presente. L’intento di tali operazioni, infatti, è racchiuso nel duplice tentativo di evitare una semplice rievocazione di episodi remoti e permettere anche al fruitore di orientarsi autonomamente nell’intreccio di diversi percorsi interpretativi elaborati intorno ad una medesima tematica.

Da venerdì 11 marzo 2011 a lunedì 14 marzo 2011

orario: 20.00-22.00

13 novembre 2009

Utili Idioti _ Bologna 2 agosto 1980


UTILI IDIOTI
BOLOGNA 2 AGOSTO 1980
di
Giovanni de Leva
Niccolò Baldari
Regia:
Niccolò Baldari
Charlotte Ossicini
Musiche:
Umberto Cavalli
Alice Restani
Con:
Sara Bucci
Francesca Nipoti
Charlotte Ossicini


“Abbiamo bisogno di Utili Idioti che si agitino”. Tale proposito emerse nel corso del convegno organizzato a Roma dall’Istituto Pollio nel 1965, all’interno del quale prese corpo quella strategia della tensione che lega, come un filo rosso, le stragi di Piazza Fontana, di Peteano, di Piazza della Loggia, dell’Italicus e della stazione di Bologna. Da questa frase il titolo dello spettacolo che tenta di chiarire il retroscena della strage del 2 agosto, di svelarne burattini e burattinai. Noi crediamo che il Teatro possa divenire memoria storica, purché ricorra a documenti validi. Per la stesura di Utili idioti si è fatto riferimento, oltre agli atti del convegno Pollio, ad un’informativa della polizia pistoiese del 1948 su Licio Gelli, a “La nostra azione politica”, programma sequestrato a Lisbona nel 1974 e considerato uno dei più autorevoli manifesti della destra eversiva, agli atti del processo della Corte d’Assise di Bologna e a quelli della commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia P2. Documenti da cui emerge la collusione tra circoli atlantici, neofascisti, servizi segreti e P2, congiunti in un potere occulto capace di orientare la vita pubblica nazionale. Lo scopo perseguito era il controllo dei vertici politici e militari, il mezzo adottato il terrore. Lo dimostrano, tra l’altro, le eloquenti affermazioni del manifesto di Lisbona: “Il terrorismo dovrebbe colpire gli aerei, i treni, le strade per paralizzare la circolazione e rinchiudere così le persone a casa” e, più avanti, “Il terrorismo che dirigeremo distruggerà la fiducia nel potere costituito, disorienterà e dividerà, e alla fine ci garantirà l’adesione delle nostre stesse vittime”. Un crescendo di intenti che precipita nell’ultima, definitiva sentenza: “Occorre un’esplosione da cui non escano che i fantasmi”. Come rappresentare la strage di Bologna ed il progetto politico che ne fu all’origine? Tornando innanzitutto a quella stazione, la mattina del 2 agosto 1980. Evocando, in secondo luogo, le voci, una parrucchiera e una signora a sottolineare metaforicamente la trasversalità sociale del fenomeno, che pronuncino gli intenti, i proclami e le direttive del potere occulto. Svolgendo, infine, la trama in cui sono intessute tutte le stragi di stato italiane, attraverso l’incarnazione delle tre Moire: Cloto, Lachesi, Atropo che nella mitologia greca avevano rispettivamente il compito di svolgere il filo delle vicende umane, svelare i nomi ed attribuirne i ruoli, recidere il filo della vita, quale incarnazione del Fato, della morte, della giustizia. Cosicché utili idioti e gran maestri, burattinai e cavalieri escano da dietro le quinte e recitino il proprio ruolo, finalmente, sulla scena.
Quella mattina sono state assassinate 85 persone, ferite 200.
Cinque gradi di giudizio, dal 1987 al 1995, e relative sentenze hanno identificato esecutori e depistatori della strage di Bologna del 2 agosto 1980.
Il 23 novembre 1995 la Corte Suprema di Cassazione ha condannato all’ergastolo come esecutori della strage Valerio Giuseppe Fioravanti e Francesca Mambro, per delitto di calunnia (depistaggio) Licio Gelli, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte. E i mandanti? Nessun mandante.
Perché questo sipario sia infine sollevato e contro l’oblio del tempo è stato scritto Utili Idioti.

L'armadio a specchio in una bella serata


La breve opera "L'Armadio a specchio in una bella serata", è stata scritta tra l'autunno del 1922 e l'aprile del 1923 nel Theatre des Champs - Elysees dove Aragon occupava un posto amministrativo. Ci troviamo davanti a un soggetto da vaudeville: il marito Jules, rientra dopo essere stato in città per affari che lo hanno occupato tutta la giornata. Torna proprio in tempo per trovare la moglie sconvolta, tutta intenta a proteggere un armadio a specchio nel quale, sospettiamo, si nasconda l'amante. Tutto è molto classico; ad esserlo meno è la maniera in cui il soggetto è trattato in modo da pervenire ad un vaudeville tragico. Tutta l'azione consisterà da parte di Jules a ritardare l'apertura dell'armadio, mentre sua moglie Eleonore lo induce invece a farla finita, e lo esaspera affermando che lei ha un amante, che non poteva fare altrimenti, come lui non può fare altro che ucciderli entrambi con il martello che ha comperato in città A fare da sfondo a questa situazione piccolo borghese, un mondo bizzarro in cui si distinguono una donna semi nuda con il capo coperto da un grande cappello a fiori, un giovane soldato, il presidente della repubblica seguito dal suo primo generale, due gemelle siamesi, una fata che in una sorta di pantomima assurda rivendicano con forza la loro appartenenza al quotidiano.

La messa in scena del dramma L'Armoire a glace un beau soir, rientra in un più ampio progetto di ricerca sulla scrittura dell'autore surrealista Louis Aragon, iniziato nell'aprle del 2003 con la messa in scena del breve romanzo del 1928 Il Sesso di Irene, andato in scena per la prima volta presso il Teatro ITC di S. Lazzaro.






Regia: Niccolò Baldari e Charlotte Ossicini
Musiche originali: Umberto Cavalli