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05 agosto 2015
Roberto Capucci o della performatività dell’abito
Articolo contenuto in
PER/FORMARE L'OPERA
Arti viventi, spazi, costumi
a cura di Gerardo Guccini e Nicoletta Lupia
Prove di Drammaturgia n.1/2015
Se potessi, abolirei il termine moda dal vocabolario.
Essere alla moda è già essere fuori moda.
Roberto Capucci
Abiti-scultura sono le creazioni di Roberto Capucci, la cui carriera iniziò nel 1951. Studiò Belle Arti e, per un caso fortuito, invece di diventare scultore o scenografo si dedicò alla moda. Figlio di una tradizione diversa, al di fuori di logiche prettamente prêt-à-porter e in un contesto aureo ove ancora le grandi dive ricercavano creazioni simili per la scena o il set cinematografico come per i red carpet o le occasioni ufficiali, ecco che la sua formazione artistica trovò giusta collocazione in abiti che creano veri e propri volumi, che modificano l’anatomia dell’indossatrice a favore di nuove geometrie, come il celeberrimo abito a «nove gonne» (1956) o l’abito-scultura "Colonna dorica" (1978). Quando ancora Firenze era la capitale della Moda, Capucci inizia questa sua avventura fatta di artigianalità e di estrema consapevolezza dell’abito in movimento, della natura dei tessuti atti a rinfrangere la luce in mille modi diversi, e non a caso avrà predilezione per la seta, cangiante, per tessuti come il taffetà o il georgette, per elementi preziosi in cristallo, prismatici. E non a caso sarà fra i primi a voler trasportare le sfilate proprio fuori dai luoghi deputati, ma in contesti diversi del patrimonio artistico italiano, architetturale e paesaggistico. Nel luglio 1970 Capucci decise, per la prima volta, di sfilare all’interno di un museo, nel ninfeo del Museo di Arte Etrusca di Villa Giulia, dove presenta una sfilata-performance «...more like watching a religious pageant than a fashion show»[1], innovativa e spiazzante, con modelle che indossavano stivali con tacco basso, senza trucco e con i capelli al naturale. E, appunto, i suoi abiti di scena sono creati per l’interprete, come i capolavori realizzati per Katia Ricciarelli o Raina Kabaivanska, in occasione di recital [2], come unione fra alto artigianato italiano, moda e opera lirica, dove gli abiti guardano a modulare l’essenza dell’interprete durante l’esibizione, a essere modificati a vista secondo una componente prettamente performativa, ad amplificarne la presenza scenica ma non a raccontare del personaggio, che quello sarebbe compito del costume. E quando creerà veri e propri costumi pensati per la scena (solo in un paio di occasioni), ecco che il dato performativo si esplica in tutta la sua natura. Nel celeberrimo caso delle vestali per la Norma di Bellini i cui abiti di scena, realizzati in collaborazione con la Sartoria Farani, sono abiti performativi ampli, fatti di una profusione di tessuti, di maniche che allargano all’infinito l’ampiezza delle braccia e lunghi strascichi, sino a undici metri, che creano quasi un’idea di farfalla, volumi in movimento che percorrono, come una processione, obliquamente il palcoscenico – costumi scenografici che creano un’architettura mobile – interpuntati da un ricamo di paillettes d’argento e da una serie di cordoni sempre d’argento di diverse dimensioni sul corpino per ricreare giochi di luce. E così, ancora i suoi progetti museali che sono in realtà abiti creati per happening e inaugurazioni e che trovano sicura tradizione in Paul Poiret (1879-1944), così innovativo da subito entrare in conflitto con Worth perché aveva deciso di far indossare i pantaloni (all’orientale) alle donne nella vita di tutti i giorni – quando a teatro la tradizione del Beinkleidrollen era iniziata a fine Settecento – in quella definizione dell’abito come strumento per sancire l’emancipazione femminile, o nella creazione di abiti volumetrici in occasione di feste e travestimenti, antesignani dell’happening, come il Fountain Dress per la Fête de la mille ed deuxième nuit (1911). Capucci, non par strano, ha disegnato spesso bozzetti slegati da una effettiva realizzazione scenica, idee rimaste su carta che rappresentano un contributo incredibile per comprendere appunto questa osmosi tra scena e alta moda e che aprono visioni sul suo modus operandi. Si tratta di materiali inediti che chi scrive ha potuto visionare per gentile concessione della Fondazione Capucci: bozzetti, in tutto 37, datati in anni diversi nel periodo compreso tra il 1960 e il 2006, ma che pur occupando un arco di tempo così ampio sembrano avere continui rimandi tra l’uno e l’altro quasi facessero parte del medesimo allestimento. Ad un primo sguardo ciò che risalta è una affinità con i bozzetti costumistici realizzati per i Balletti Russi [3] di Diaghilev, ove l’incontro tra esponenti delle avanguardie artistiche e la danza portò a una profonda riflessione sul concetto di arte in movimento. Da Picasso, ai Futuristi, a Bankst ecco come si fa forte l’esigenza di creare quella unione fra ritmo, colore e musica che non poteva non passare attraverso la maledizione della matericità e carnalità scenica[4]. Questo è il côté iconografico ravvisabile nelle creazioni di Capucci, in bozzetti che riportano in calce la dicitura di «costume teatrale» e la sua firma. Nella scelta di colori accesi a contrasto, nelle fogge che pescano a piene mani in quell’immaginario orientale di inizio Novecento. E qui viene in mente Luigi Sapelli in arte Caramba e la sua Turandot [5], i cui costumi di fantasia si fondono con la sapienza nell’utilizzo dei tessuti creati da Mariano Fortuny, per i quali Caramba era arrivato a definire nuovi effetti di luce allo scopo di valorizzarne la matericità in scena. E proprio questi bozzetti, – o illustrazioni per la scena[6] – realizzati da Capucci, sono costumi d’arte, slegati dal nome del personaggio, da qualsiasi riferimento letterario, portatori di una storia solo attraverso il segno grafico. Idee di costumi, quelle di Capucci, che testimoniano una nuova narrazione dell’abito, attraverso le rigide volumetrie, l’architettura del movimento anche nella traccia immobile della matita, nella severa simmetria, nella ripetizione di un motivo o di un elemento decorativo, dalla spirale alla linea retta in ogni singolo elemento dell’abito scenico, sino al copricapo e ai calzari. Ancora di più nei disegni che riportano la dicitura in calce di «costume per balletto», dove il corpo del danzatore appare nudo e il costume è fatto di elementi geometrici come sfere applicate sulla pelle nuda, o piume, o ancora di elementi “sonori” come campanelli. In due bozzetti in particolare è indicata la fonte iconografica di ispirazione. Un primo, del 2000, riporta la dicitura «liberamente ispirato a Albrecht Dürer, Flügel einer Blauracke»[7] , un’opera annoverata fra i migliori disegni presi dal vero dell’artista fiammingo, diviene materia di ispirazione per un costume dove l’ala, la sua forma e i suoi splendidi colori (dal verde marino, al turchese, al terra di Siena) vengono ripetuti sia nella struttura applicata all’altezza del bacino che nel copricapo. O in un altro, in cui si riporta la dicitura «L’uccello di Fuoco di Stravinski», del 1982, con piume applicate al costume del performer e al copricapo e con colori che vanno dal giallo al rosso intenso che sembra rievocare Nijinsky, e il suo L'Aprés-midi d'un Faune (1912), su musica di Debussy, dove il décor di Bakst comprendeva il noto costume per il fauno cosparso da chiazze ferine o quello per Le Spectre de la Rose(1911) [8] con decine di petali in seta applicati ad arte lungo l’anatomia del performer. O ancora, in un altro bozzetto del 2006, riportante la dicitura di «costume teatrale», ecco una variante teatralizzata del kimono, attuata attraverso l’inserimento di una struttura rigida all’altezza delle spalle, secondo una modifica dell’anatomia che sembra amplificare l’apertura alare delle braccia anche se poste lungo i fianchi, innestando una volumetria rigida che sembra rimandare al Triadisches Ballet di Oskar Schlemmer. Capucci testimonia, quindi, una profonda consapevolezza dell’essenza dell’abito performativo i cui elementi decorativi e la foggia stessa devono amplificare il movimento del performer assecondandone la tridimensionalità per aiutare la visione materica del ritmo.
Note:
1. Roberto Capucci e l'antico, Catalogo della mostra, Massimiliano Capella (a cura di), Allemandi, Torino 2012, p. 36.
2. Per l’Evento RAI in Eurovisione in onore di Maria Callas all’Arena di Verona nel 1986, regia di Pier Luigi Pizzi.
3. Sui Balletti Russi esiste una bibliografia vastissima, che non citeremo per ovvie ragioni di spazio. Imprescindibile, però, il catalogo della mostra intitolata La danza delle Avanguardie, Dipinti, scene e costumi, da Degas a Picasso, da Matisse a Keith Haring, Gabriella Belli e Elisa Guzzo Vaccarino (a cura di), Rovereto, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto,17 dicembre 2005 - 7 maggio 2006, Skira Edizioni, per l’attento sguardo anche sui costumi, caso raro.
4. Depero addirittura eliminò i performer perché troppo lenti.
5. Per la messa in scena venne realizzata una spettacolare collezione di 70 costumi disegnati dallo scenografo Caramba, ancora custoditi nei magazzini Scala all' Ansaldo e andati in mostra due anni fa a Palazzo Reale nella mostra «La Scala e l' Oriente 1778-2004», curata da Vittoria Crespi Morbio.
6. Si veda, in questo stesso numero di «Prove di Drammaturgia», Enrico Minio Capucci (Presidente Fondazione Capucci) e Serena Angelini Parravicini (a cura di), Roberto Capucci: Sguardi ai rapporti tra moda e spettacolo.
7. Albrecht Dürer, Flügel einer Blauracke (Ala di una ghiandaia marina, 1512), acquerello e guazzo su pergamena, 20 x 20 cm. Graphische Sammlung Albertina, Vienna.
8. Balletto in un atto di Michel Fokine, su musica di Carl Maria von Weber.
08 gennaio 2014
Effimeri materici. Catalogare il costume teatrale
Si pubblica qui un estratto de Charlotte Ossicini, Effimeri materici. Catalogare il costume teatrale, contenuto in V. Bazzocchi, P. Bignami (a cura di), Le arti dello spettacolo e il catalogo, Carocci 2013.
Il costume è una scrittura e ne ha tutta l’ambiguità.
Roland Barthes
Il costume teatrale, ancor più dell’evento teatrale, è al contempo effimero e materico: da un lato si
presenta come un oggetto veicolato al fattore tempo, un aggregato temporale di dati elementi
esistente solo in un preciso lasso di tempo non ripetibile, dall’altro lascia come testimonianza una
consistenza tridimensionale [1], un reliquiario che induce, spesso, ad analisi superficiali.
Il costume teatrale in quanto aggregato, quindi, esiste solo in un dato lasso di tempo, più o meno
breve (in una singola scena, in uno o più atti, per l’intero spettacolo), mentre i suoi singoli
componenti sono morfologicamente oggetti durevoli nel tempo. Il costume, invece, è stato sempre
considerato una rimanenza materiale, ovvero come pertinente di quei documenti diretti che possono
aiutare nella definizione dello spettacolo teatrale, il quale una volta terminato scompare e non sarà
mai più ripetuto in modo identico – ogni singola replica di un medesimo spettacolo dal vivo è da
considerarsi distinta – e, soprattutto, che non potrà mai essere documentato nella sua interezza. Lo
spettacolo dal vivo è, quindi, un “bene immateriale, in quanto non può fissarsi, come altri beni
culturali, su alcun supporto (libro, tela, pellicola)”[2], per cui esso non potrà mai affidarsi a una
riproducibilità tecnica – come un film, o un brano musicale – ma potrà affidarsi unicamente a una
replicabilità parziale [3].
La costitutiva tridimensionalità del costume teatrale, lo ha portato ad essere annoverato – una volta
che la nozione di cultura materiale [4] ha preso forza – fra gli oggetti del teatro [5], ovvero a
considerarlo un prodotto artigianale e/o artistico risultante da determinati processi e come entità in
grado di informare su periodi storici e realtà sociali, come del singolo evento. Se ciò è vero da una
parte, dall’altra il costume può mentire rispetto alla sua stessa natura. Spesso il figurino è stato
preso in considerazione quale fonte documentaria certa quando, in realtà, il costume quasi mai si
presenta identico rispetto a quanto documentato, ma subisce trasformazioni nella lenta metamorfosi
dal cartaceo all’evento; inoltre il costume teatrale – come l’abito in generale – è costituito da
materiali facilmente deperibili, soggetti all’usura, ma anche al riutilizzo. Oltre a ciò si presenta
molto spesso la confusione tra abito civile e costume teatrale [6], con le conseguenti problematiche dal
punto di vista dell’indagine e della giusta collocazione dei reperti antichi e moderni pervenuti. Ad
esempio sia Paul Poiret che Mariano Fortuny – personalità a metà fra la maison di alta moda e
l’ambito del teatro – creavano sia costumi teatrali, che abiti fantasiosi per occasioni mondane,
secondo la stessa concezione artigianale, per cui anche un abito non strettamente concepito per un
evento teatrale si presentava poco curato all’interno, in forte contrasto con la profusione decorativa
all’esterno. O ancora abiti autenticamente antichi impiegati in lungometraggi cinematografici, che
hanno subito interventi minimi, possono essere non facilmente individuabili dallo studioso
dell’abbigliamento o del restauro, per cui sono considerati abiti pur essendo ormai costumi – in
quanto si dà per appurato che un abito, anche di alta moda, una volta utilizzato in uno spettacolo
teatrale (o in un set cinematografico) diviene un costume, in quanto esso è divenuto parte di quel
fenomeno ostensivo [7]specifico dello spettacolo teatrale – mentre ancora è possibile incontrare
costumi teatrali e cinematografici creati ex-novo con una precisione filologica impressionante, dai
materiali antichi originali sino al recupero della tipologia di cucitura, per cui, fra qualche decennio,
potrebbero essere facilmente confusi con abiti archeologici.
Paradigmatico, quindi, è il fenomeno ostensivo del costume teatrale che implica una componente
narrativa, attraverso un processo di significazione denotato dall’efficacia simbolica[8] del costume,
nella fase della relazione teatrale[9]. L’ostendere un oggetto sul palcoscenico crea, infatti, i
presupposti per i quali esso non sia più un mero attrezzo ma un’entità iconica[10], un rinvio ad altro.
Roland Barthes, a partire dal suo Sistema della Moda, applica agli studi sull’abbigliamento alcune
categorie proprie della linguistica saussuriana (langue/parole, sincronia/diacronia,
significante/significato), attuando un’analisi semiologica che lo porta a notevoli difficoltà
metodologiche, per cui restringe il suo campo ritornando dall’oggetto dell’abbigliamento al cartaceo
della rivista di moda [11]. Nonostante questa scelta, lascia comunque un’importante eredità, quella di
riconoscere la moda quale sistema di significazione[12], applicando questa intuizione in un altro
saggio, di molto precedente, Le malattie del costume teatrale (1955):
[…] il buon costume di teatro dev’essere abbastanza materiale per significare e abbastanza trasparente per
non trasformare i suoi segni in parassiti. Il costume è una scrittura e ne ha tutta l’ambiguità.[13]
La scrittura è l’elemento fondamentale perché il costume teatrale – ancora di più rispetto all’abito –
deve essere colto nel momento della sua valenza narrativa, nel processo di significazione in atto
durante lo spettacolo, e in base a ciò analizzarne l’efficacia simbolica. Il costume è quindi da
circoscrivere nel suo “ruolo puramente funzionale”[14], ma soprattutto:
Il nucleo intellettivo, o cognitivo, del costume teatrale, il suo fondamento, è il segno [15].
Nel momento in cui, quindi, si assume come paradigma che quel dato costume è andato in scena in
un tempo e in un luogo preciso, ecco che diviene il portatore dell’idea dei creatori, un significante e
un significato di un preciso evento spettacolare, un segno, appunto, di primaria importanza in
quanto testimonianza tangibile di un evento irripetibile. Un segno che è strettamente connesso al
momento della fruizione da parte dello spettatore, fortemente implicato nella dinamica della
relazione teatrale, che è su base temporale.
Per questo a partire dal concetto di tridimensionale materico e instabile, si è passati alla definizione
del costume quale quadridimensionale instabile: ovvero un oggetto che presenta oltre alle tre
dimensioni dello spazio (ampiezza, altezza e profondità), anche la quarta dimensione del tempo. Ne
deriva il concetto primario: il costume teatrale può presentare interesse documentale solo nel
momento in cui si fermi il suo ciclo di vita sul palcoscenico. Un buon sistema catalografico,
applicato alle arti performative, dovrebbe essere in grado di formalizzare le dinamiche sul
palcoscenico del bene materiale. Da qui l’importanza della versione finale del modello elaborato in
sede sperimentale: un ibrido, da una parte direttamente derivato dall’approccio tradizionale nella
schedatura degli abiti antichi e contemporanei, dall’altra profondamente influenzato dalla natura
time-based degli archivi documentali delle arti performative. Questo livello di complessità
descrittiva introduce una considerevole distanza dagli standards catalografici non basati su
coordinate temporali, con importanti conseguenze in tema di sviluppo metodologico [16].
L’esigenza, quindi, di un documento affidabile in grado di testimoniare effettivamente il costume
teatrale durante il suo ciclo di vita sulla scena, nelle sue valenze simboliche e narrative si presenta
come fondamentale, pena il cadere nell’eccessivo aneddotico; accanto a questo sarebbe doveroso
mantenere una memoria dell’analisi strutturale, in modo da creare un thesaurus specifico legato
all’evoluzione tecnologica dei tessuti e dei materiali nell’era digitale (con una applicazione al
costume cinematografico – con le dovute modifiche – del medesimo modello catalografico). [...]
1 Caterina Chiarelli ha definito l’abito storico il tridimensionale instabile. Cfr.Caterina Chiarelli, Dal guardaroba al
museo, Dinamismo e metamorfosi della Galleria del Costume, Sillabe, Livorno 2009, p. 48.
2 Vittorio Sabatelli, L’impresa dello spettacolo dal vivo, Lo Scarabeo, Bologna 2000, p. 52.
3 Cfr. Marco De Marinis, Semiotica del teatro, Bompiani, Milano 1982.
4 Nata grazie all’influsso del materialismo storico, la cultura materiale guarda sostanzialmente ai manufatti, agli oggetti,
i materiali quali testimoni concreti delle dinamiche di una comunità, o società. Cfr. Jean-Marie Pesez (1983), Storia
della cultura materiale, in La nuova storia, a cura di J. La Goff, tr. it., Mondadori, Milano 1983 (ed. or. 1979), pp. 167-205.
5 “Analisi applicata al teatro degli oggetti”, in Paola Bignami, Dall’oggetto alla funzione: il costume, in Paola Bignami,
Giovanni Azzaroni (acura di), Gli oggetti nello spazio del teatro, Bulzoni, Roma 1997, p. 124.
6 Cfr. Thessy Schoenholzer, Costumi civili e teatrali: osservazioni, ricerche e problemi di studio, in Paola Bignami (a
cura di), Mascheramenti. Tecniche e saperi nello spettacolo d’occidente e d’oriente, Carocci, Roma 1999, pp. 135-158 e
Paola Bignami, Charlotte Ossicini, Il quadrimensionale instabile. Manuale per lo studio del costume teatrale, UTET,
Torino, 2010.
7 “La semiotizzazione implica il mostrare oggetti ed avvenimenti al pubblico, piuttosto che descriverli, spiegarli o
definirli. Tale aspetto ostensivo dello spettacolo scenico lo distingue per esempio dalla narrativa, dove persone, oggetti
ed avvenimenti vengono necessariamente descritti e raccontati. Di nuovo non è il referente drammatico a venire
mostrato, ma qualcosa che esprime la sua classe”: Keir Elam, Semiotica del teatro, Il Mulino, Bologna 1988, p. 37.
8 Cfr. Claude Lévi-Strauss, Antropologia strutturale, Il Saggiatore, Milano 2009.
9 Marco De Marinis, Capire il teatro, Lineamenti di una nuova teatrologia, Bulzoni, Roma 1999, pp. 25-32.
10 Arnaldo Picchi, L’aiutante magico nella forma degli oggetti di scena, in Giovanni Azzaroni, Paola Bignami, Gli
oggetti nello spazio del teatro, Bulzoni, Roma 1997, p. 179.
11 Gianfranco Marrone (a cura di), Scritti. Società, testo, comunicazione, Einaudi, Torino 1998, Roland Barthes, Il
linguaggio del vestito, pp. 74-83.
12 Gianfranco Marrone, Barthes: il processo della moda, in G. Ceriani e R. Grandi (a cura di), Moda: regole e
rappresentazioni, Franco Angeli, Milano 1995, pp. 138-153.
13 Roland Barthes, Le malattie del costume teatrale, in Roland Barthes, Saggi critici, Einaudi, Torino 2002, pp. 48-49.
14 Il costume è soggetto a tre possibili errori o “malattie”, ovvero “verismo archeologico” derivante “dall’ipertrofia della
funzione storica”14, “l’estetismo” da “l’ipertrofia di una bellezza formale” e “l’ipertrofia della sontuosità, ivi, p. 40-49.
15 Ivi, p. 45.
16 Riguardo all’argomento è stato presentato, al Cidoc 2006, a Göteborg (Svezia), un paper, intitolato From relational
metadata standards to CRM ontology: A case study in performing arts documentation (autori: Paolo Bonora, Charlotte
Ossicini, Giuseppe Raffa) – in CIDOC 06 Proceedings, 2006 –- in cui sono contenuti i risultati ottenuti, il processo di
migrazione del modello relazionale, basato sulla scheda concessa in via sperimentale dall’ICCD, verso il modello
elaborato sul costume teatrale nel progetto RADAMES, un object oriented model, e la definizione della relativa
interfaccia semantica basata sul CIDOC CRM sia dal punto di vista metodologico, che tecnico. Gli aspetti peculiari di
questo caso di studio sono stati messi in evidenza come possibili linee guida nella catalogazione dei materiali afferenti
alle arti performative. Per approfondimenti, sul piano informatico, rimando al saggio di Paolo Bonora, Il computer in
sartoria. Il processo di elaborazione di un sistema informatico per la catalogazione, in Paola Bignami, Charlotte
Ossicini, Il quadridimensionale instabile. Manuale per lo studio del costume teatrale, cit., pp. 125-143.
16 novembre 2013
SPAZI, PARTI E COSTUMI PER ATTORI E CANTANTI
SPAZI, PARTI E COSTUMI PER ATTORI E CANTANTI
A cura di Paola Bignami, Marco Beghelli, Gerardo Guccini
quando: gio 21.11.2013
dove: Laboratori delle Arti/auditorium
Il convegno si suddivide in tre panel che metteranno a confronto le prassi storiche dell’allestimento operistico, le svolte nove- centesche e le modalità contemporanee. Modalità che, pur riprendendo elementi delle prime e delle seconde – come la scan- sione prove al pianoforte/prove in scena, e la centralità del progetto registico – non discendono direttamente né dalla tradizione né dalla cultura delle avanguardie, ma, più concretamente, risultano da una gestione dello spettacolo aperta alle emergenze estetiche e tecnologiche della contemporaneità. Centrale proposito la partecipazione di artisti e operatori: i registi Gabriele Vacis e Francesco Esposito, Enrico Minio, Direttore Generale della Fondazione Roberto Capucci, e Alberto Triola, direttore artistico del Festival della Valle d’Itria. Il convegno è integrato da una rassegna video sulle incursioni operistiche dei Maestri dell’Alta Moda, che sono in questo ambito sia espressioni del presente che portatori di un’idea a-temporale dell’abito e delle sua forme. Dice Roberto Capucci: “Se potessi, abolirei il termine moda dal vocabolario. Essere alla moda è già essere fuori moda”.
h 10.30
Intrecci fra Alta Moda e Costume nell’Opera Lirica
Rassegna video a cura di Charlotte Ossicini
h 15.30
Convegno
Primo panel: Spazi e visioni, con Marinella Pigozzi, Gerardo Guccini, Gabriele Vacis
Secondo panel: Parti e personaggi, con Marco Beghelli, Alberto Triola, Francesco Esposito
Terzo panel: Costume e costumi, con Maria Giuseppina Muzzarelli, Charlotte Ossicini, Enrico Minio
A cura di Paola Bignami, Marco Beghelli, Gerardo Guccini
quando: gio 21.11.2013
dove: Laboratori delle Arti/auditorium
Il convegno si suddivide in tre panel che metteranno a confronto le prassi storiche dell’allestimento operistico, le svolte nove- centesche e le modalità contemporanee. Modalità che, pur riprendendo elementi delle prime e delle seconde – come la scan- sione prove al pianoforte/prove in scena, e la centralità del progetto registico – non discendono direttamente né dalla tradizione né dalla cultura delle avanguardie, ma, più concretamente, risultano da una gestione dello spettacolo aperta alle emergenze estetiche e tecnologiche della contemporaneità. Centrale proposito la partecipazione di artisti e operatori: i registi Gabriele Vacis e Francesco Esposito, Enrico Minio, Direttore Generale della Fondazione Roberto Capucci, e Alberto Triola, direttore artistico del Festival della Valle d’Itria. Il convegno è integrato da una rassegna video sulle incursioni operistiche dei Maestri dell’Alta Moda, che sono in questo ambito sia espressioni del presente che portatori di un’idea a-temporale dell’abito e delle sua forme. Dice Roberto Capucci: “Se potessi, abolirei il termine moda dal vocabolario. Essere alla moda è già essere fuori moda”.
h 10.30
Intrecci fra Alta Moda e Costume nell’Opera Lirica
Rassegna video a cura di Charlotte Ossicini
h 15.30
Convegno
Primo panel: Spazi e visioni, con Marinella Pigozzi, Gerardo Guccini, Gabriele Vacis
Secondo panel: Parti e personaggi, con Marco Beghelli, Alberto Triola, Francesco Esposito
Terzo panel: Costume e costumi, con Maria Giuseppina Muzzarelli, Charlotte Ossicini, Enrico Minio
14 ottobre 2013
CANTIERE VYRYPAEV_ promosso da L’arboreto - Teatro Dimora e l'Associazione culturale Big Action Money _sabato 26, domenica 27 ottobre 2013
L’arboreto - Teatro Dimora, Mondaino
e l'Associazione culturale Big Action Money, Rimini
presentano
CANTIERE VYRYPAEV
sabato 26, domenica 27 ottobre 2013
primo movimento
SPAZIO BAM
Spadarolo di Rimini
Programma
sabato 26 ottobre
ore 16.00
Accoglienza partecipanti e apertura del Cantiere
ore 17.00
Una nuova voce nel teatro russo contemporaneo: Ivan Vyrypaev
a cura di Fausto Malcovati
ore 18.00
Coffee break
ore 18.30
Lettura di Genesi N. 2
di Ivan Vyrypaev, 2004
con Nicoletta Fabbri, Dany Greggio, Tomas Leardini
musiche dal vivo eseguite da Roberto Galvani e Simple Music
a cura di Teodoro Bonci Del Bene
ore 19.30
Cena
ore 21.00
Illusioni
di Ivan Vyrypaev, 2011
primo studio per uno spettacolo
a cura della Compagnia teatrale Big Action Money
ore 22.30
Riflessioni
a cura di Fausto Malcovati
Domenica 27 ottobre
ore 11.00
Colazione
ore 11.30
Proiezione del film
Euforia
di Ivan Vyripaev, 2006, 75'
ore 13.30
Pranzo
ore 15.00
Temi e variazioni: la poetica di Ivan Vyrypaev
a cura di Fausto Malcovati
ore 16.15
Lettura di UFO
di Ivan Vyrypaev, 2012
con Silvio Castiglioni
a cura di Teodoro Bonci del Bene
ore 17.00
Chiusura del primo movimento del Cantiere Vyrypaev
a cura di Fausto Malcovati, Fabio Biondi, Compagnia teatrale Big Action Money
Il Cantiere si avvale della collaborazione di Aliona Shumakova e Margherita De Michiel per introdurre i film di Ivan Vyryepav.
Tutti gli interventi saranno documentati.
I lavori del Cantiere Vyrypaev saranno raccolti in un Diario di Bordo a cura di Charlotte Ossicini, Dipartimento delle Arti, Bologna.
e l'Associazione culturale Big Action Money, Rimini
presentano
CANTIERE VYRYPAEV
sabato 26, domenica 27 ottobre 2013
primo movimento
SPAZIO BAM
Spadarolo di Rimini
Programma
sabato 26 ottobre
ore 16.00
Accoglienza partecipanti e apertura del Cantiere
ore 17.00
Una nuova voce nel teatro russo contemporaneo: Ivan Vyrypaev
a cura di Fausto Malcovati
ore 18.00
Coffee break
ore 18.30
Lettura di Genesi N. 2
di Ivan Vyrypaev, 2004
con Nicoletta Fabbri, Dany Greggio, Tomas Leardini
musiche dal vivo eseguite da Roberto Galvani e Simple Music
a cura di Teodoro Bonci Del Bene
ore 19.30
Cena
ore 21.00
Illusioni
di Ivan Vyrypaev, 2011
primo studio per uno spettacolo
a cura della Compagnia teatrale Big Action Money
ore 22.30
Riflessioni
a cura di Fausto Malcovati
Domenica 27 ottobre
ore 11.00
Colazione
ore 11.30
Proiezione del film
Euforia
di Ivan Vyripaev, 2006, 75'
ore 13.30
Pranzo
ore 15.00
Temi e variazioni: la poetica di Ivan Vyrypaev
a cura di Fausto Malcovati
ore 16.15
Lettura di UFO
di Ivan Vyrypaev, 2012
con Silvio Castiglioni
a cura di Teodoro Bonci del Bene
ore 17.00
Chiusura del primo movimento del Cantiere Vyrypaev
a cura di Fausto Malcovati, Fabio Biondi, Compagnia teatrale Big Action Money
Il Cantiere si avvale della collaborazione di Aliona Shumakova e Margherita De Michiel per introdurre i film di Ivan Vyryepav.
Tutti gli interventi saranno documentati.
I lavori del Cantiere Vyrypaev saranno raccolti in un Diario di Bordo a cura di Charlotte Ossicini, Dipartimento delle Arti, Bologna.
18 dicembre 2012
Hans-Thies Lehmann, La presenza del teatro
[Traduzione dal tedesco di Charlotte Ossicini. Testo originale: Hans-Thies Lehmann, Die Gegenwart des Theaters, in Erika Fischer-Lichte, Doris Kolesch, Christel Weiler (a cura di), Transformationen. Theater der neunziger Jahre, Berlin, Theater der Zeit, Recherchen 2, 1999, pp. 13-26. Questo saggio è la trascrizione dell’intervento di Lehmann al convegno intitolato Trasformazioni, Il teatro degli anni Novanta da cui è scaturita la pubblicazione degli atti. Si presenta come una versione leggermente modificata e allungata di un capitolo del volume di Hans-Thies Lehmann, Postdramatisches Theater, Frankfurt a.M., Verlag der Autoren, 1999, intitolato Das Präsens der Performance, pp. 254-260.
Die Gegenwart des Theaters è un gioco di parole, Gegenwart significa presenza ma anche presente, la formulazione Theater der Gegenwart si traduce come teatro contemporaneo, per cui si mantiene il doppio ambito di riflessione – il concetto di presenza del teatro e il teatro contemporaneo. La traduzione è stata pubblicata in Enrico Pitozzi (a cura di), On Presence, Culture Teatrali, n. 21, 2011]
I.
La presenza dal vivo è il dato specifico dell’arte teatrale. A differenza della pittura, della scultura o del cinema, l’essenza dell’arte teatrale è creata, sera dopo sera, nella cooperazione con i fruitori, nel qui e ora dell’incontro fra uomini in carne e ossa. Proprio per questa presenza viva si ama il teatro. Ma realmente basta il semplice alzarsi del sipario, l’apparire di un attore davanti a noi, e già il teatro ottiene la sua presenza, per così dire, in modo automatico? Assolutamente no. La deve prima pro-durre e pro-vocare. Certo: il teatro come pratica gode di un vantaggio di presenza rispetto alle altre arti. Ma questa sarebbe una constatazione superficiale. L’ideologia della presenza dal vivo, largamente diffusa fra gli amanti del teatro, si fonda su un errore di ragionamento, poiché la presenza dal vivo non è in primis un fenomeno di corporea realtà, ma un fenomeno mentale, una questione di consapevolezza. Non senza ragione dico di uno troppo stanco o distratto che sembra “non del tutto presente”. L’essere presente, la presenza, è un processo di presa di coscienza “senza tempo”, in altre parole un processo contemporaneamente dentro e fuori dallo scorrere del tempo. Questo non è certo il luogo per perdersi fra i labirinti della filosofia del tempo o della psicologia della percezione, ma ciò serve soltanto per tenere presente il seguente dato: una definizione dell’essenza del teatro attraverso lo specifico della presenza dal vivo sarebbe superficiale. La presenza si ottiene, in un modo peculiare, anche nella fantasia generata dalla lettura di un romanzo, nella fascinazione immaginativa esperita al cinema, o nel rapimento contemplativo davanti a un’opera pittorica. Di qualunque altra cosa si tratti - l’esperienza estetica è generalmente una presenza intensificata, condensata.
Ciò nonostante non è possibile negare la percezione spontanea: che nel teatro si uniscono in modo particolare la presenza come esperienza intensificata e la presenza come dimensione pragmatica della compresenza corporea e reale. L’esperienza teatrale nasce nel tempo condiviso con il pubblico, durante il quale tutti respirano la stessa aria. Ciò è ancora più vero proprio quando il teatro gioca con le gradazioni di assenza: attori che rimangono invisibili in spazi laterali e che entrano in scena, sono percepiti, solo come voce, video o immagine cinematografica. Se poi, nel medesimo momento, entra in gioco una presenza specificatamente teatrale, allora ne consegue che la peculiarità dell’esperienza estetica fa della presenza qualcosa di più della “pienezza del tempo” – come per esempio nel nunc stans dell’esperienza mistica. L’intensità della presenza è esperita ancora di più come assenza, frattura e privazione, come perdita, violazione, incomprensione, mancanza, terrore. Solo la privazione mobilita l’intensità emozionale della presenza. Hölderlin annotava che solo “nel lutto” (diciamo: nella morte dell’Antigone di Sofocle) “il più gioioso” si svelò nell’istante stesso della percezione della perdita, aprendo così una possibilità infinita per l’uomo. Naturalmente solo nell’evocativo: vale a dire teatralmente fittizio. Il teatro significa mostrare qualcosa mentre s’imita qualcosa. La mimesis è l’unione fra il mostrare e l’imitare. Brecht d’altro canto (nelle annotazioni aristoteliche pubblicate di recente) poteva desiderare un teatro che al posto del “ri-fare” (imitare) mettesse in atto una specie di “pre-fare”. In entrambi i casi si deve pensare la presenza del teatro come un indizio di un’altra qualità del tempo.
II.
Il tema della “presenza del teatro” marca uno di quei punti di svolta ove lo studio scientifico applicato al teatro si scontra con la necessità, la ragione d’essere del teatro stesso, per intenderci con la sua essenza al di là di un’archiviazione svuotata di senso o di una frettolosa moda del momento, che vuole profilarsi come teoria estetica. La “presenza del teatro” denota non solo l’esperienza della realtà drasticamente penetrante e tangibile, ma anche un punto cardine della più recente riflessione estetica. Presenza (soprattutto alla luce della decostruzione della metafisica della presenza), “presenza assoluta”, “subitaneità”, ”attimo”, “epifania”, l’“adesso” del sublime nella rielaborazione di Lyotard, sono temi che hanno modificato profondamente la teoria del teatro e che devono continuare a farlo. La specifica temporalità delle arti diventerà sempre di più il fulcro delle ricerche scientifiche culturali e artistiche, giacché l’intera organizzazione temporale di vita e di esperienza, anche di esperienza artistica - sottoposta a radicali mutamenti attraverso i media, l’informatizzazione e l’informatica - si sposta al centro del dibattito artistico con una certa coerenza nel proprio percorso procedurale. Nonostante la sua temporalità fugace e passeggera, si è guardato al teatro non tanto dal punto di vista della produzione di presenza, quanto come “creazione artistica” o “opera d’arte totale”, probabilmente a causa delle evidenti difficoltà nel cogliere descrittivamente e concettualmente questa alterità della presenza. Se, invece, si pone in primo piano la qualità performativa, il momentaneismo della creazione quale sua propria legge pragmatica ed estetica, allora questo mutamento nel modo di guardare deve contemplare tutti gli aspetti del teatro, compreso ciò che in esso è la durata. Si sta formando a più livelli una pratica, ancora da definire, dell’esposizione, dove fra l’altro la qualità di performance di questo teatro sembra essere il terreno prediletto per le esplorazioni della costituzione post-rappresentativa del tempo estetico in generale. Prima di ragionare di questo, però, alcune riflessioni sul tema “trasformazioni”.
Il termine “trasformazioni” mi permetto di leggerlo come una domanda di una pluralità di forme, formazioni, figurazioni di forme in movimento, configurazioni del “trans” nel senso di “al di sopra... oltre”, del transito, del traversare, del trascendere come sconfinamento. Senza “trans” nessuna formazione. Per ciò che riguarda le trasformazioni delle arti nell’era digitale, qui tutto il nostro pensiero sull’arte viene scosso – molto più profondamente di quanto possiamo percepire e così anche l’estetica del teatro. Il futuro del teatro, tuttavia, non è nell’opera digitale o nelle performance virtuali, ma nel gioco fra corpo e media.
Per quanto riguarda il tema del “teatro degli anni Novanta” – è possibile chiedersi se gli eventi teatrali di questa decade segnino un’epoca, uno spartiacque? Non è stato questo un periodo nel quale spesso ci si guardava intorno in maniera confusa, tastando quello che era stato, poi cosa era “rimasto” e poi cosa potesse costituire un nuovo inizio? In principio si sono svolte una serie di significanti commemorazioni: specialmente la morte di Samuel Beckett il 22 dicembre 1989. La riunificazione tedesca implicò per il teatro una serie di dibattiti strutturali e problemi di finanziamento, orientamento, funzionalità. Ma questo non deve essere il tema ora. Piuttosto la scelta dell’argomento è un segnale: la teatrologia ha finalmente rotto l’illusione che si possa studiare il teatro senza il diretto, vivo, contatto con il presente del teatro concretamente esistente. Fuori dall’epoca del parafilologico e dell’apparente ricostruzione, si è fatta avanti una trattazione, o meglio una pluralità di trattazioni, che hanno come oggetto di ricerca la storia e il presente del teatro. Sotto la minaccia di trasformarsi in una disciplina accademica morta, che non avrebbe alcun diritto di annuire, un po’ applaudendo, alla critica di Peter Brook del “teatro morto”, la teatrologia deve sempre essere anche una riflessione critica e storica dell’esperienza teatrale. Per questo, essa abbatte i resti delle mura difensive che i fortini accademici hanno eretto per proteggersi dalle incertezze e dai rischi insiti nell’attività critica e nei dibattiti teorici del proprio tempo. Solo quando la luce dell’alba del presente cadrà sui suoi archivi, la teatrologia illuminerà anche gli oggetti storici e potrà trasporli nella consapevolezza del presente e, senza dubbio, a quel punto avrà anche un’inusuale possibilità: la ormai diffusa trasmigrazione del concetto di opera a quello di performance porta un’arte preistorica, come quella del teatro, al rango di paradigma della semiosi culturale, come prima di esso solo la letteratura poteva pretendere per sé. Una teatrologia che si percepisse più ampia e, al contempo, obbligata verso la concretezza artistica del teatro avrebbe il compito di chiarire e rendere evidente come la presenza di esso in una società caratterizzata da una generale teatralizzazione della vita pubblica sia un fenomeno socioculturale di primo ordine, da descrivere nei suoi aspetti antropologici, culturali e interculturali, con un particolare sguardo alla peculiare posizione del teatro a metà fra un’imponente storia millenaria e l’attualità dell’oggi.
Se in seguito si tratterà del teatro degli anni Novanta per delinearne l’estetica della presenza e le sue varianti, non si devono avere davanti agli occhi, in prima linea, solo le eccellenti produzioni di personalità internazionali come Peter Brook o Ariane Mnouchkine, le produzioni di punta di Peter Stein, Luc Bondy, Claus Peymann, Peter Zadek, e così via. Per la teatrologia conta, più del criterio di successo e di riuscita artigianale, il valore sintomatico delle produzioni teatrali, il loro carattere di ricerca e il loro potenziale in fieri. Che questo non sia da connettersi a un aprioristico giudizio sul valore, non deve essere ulteriormente sottolineato. Nel mainstream nuotano pesci meravigliosi come nell’Avantgarde-Garage si producono anche rottami. L’esperienze sui quali si appoggerà espressamente o tacitamente il mio discorso, appartengono a diversi campi di ricezione. Alcune sono stati viste dalla critica come il culmine del teatro internazionale di quegli anni. Altre, invece, non sono stati incluse tra queste, ma sono state trattate come marginali. Detto questo, qui saranno presi in considerazione i lavori di Jan Lauwers e, ancora, quelli di Jan Fabre, l’estetica del coro di Einar Schleef e di Christoph Marthaler, la Wooster Group e Rosas, Klaus-Michael Grüber, Robert Wilson e Robert Lepage. Anche gruppi teatrali come l’olandese Hollandia, i fiamminghi Victoria, i Forced Entertainment, la Socìetas Raffaello Sanzio, molte performance di giovani artisti teatrali. Si tratta della comprensione delle novità, delle forme teatrali innovative, che sono da individuare in una serie di spinte evolutive che dalle Avanguardie Storiche, dal Surrealismo fino ad Artaud, dai più radicali concetti teatrali di Brecht sull’Aktionskunst, alla performance, al teatro-danza e alla body art conducono alla drammaturgia visiva e ad altri generi di messinscena del teatro contemporaneo. Si pensi ai singoli sviluppi della scena teatrale, come la rivitalizzazione dell’opera lirica grazie a innovativi approcci registici, oppure la riscoperta della poesia, del testo e del linguaggio negli anni Novanta, che nel fervore esplorativo della drammaturgia visuale durante gli anni Ottanta si erano momentaneamente ritirati sullo sfondo - almeno nella consapevolezza della critica e della teoria; Wilson invece ha operato la sua “svolta” verso il testo già agli inizi degli anni Ottanta – sarebbero da descrivere a parte, così come la specifica problematica est-ovest del teatro in Germania, la “Spaß-Generation” o i primi diretti influssi di Internet sul teatro. Tutte queste realtà hanno in comune il riflettere e l’elaborare in modo originale le strutture del tempo e, dunque, la presenza nel teatro.
III.
La "presenza del teatro" è in primis la presenza dell’attore. Il suo significato essenziale è noto e non avrebbe bisogno di essere menzionato, se non si scontrasse così spesso con la convinzione errata che il “teatro delle immagini” – un’innegabile realtà del panorama teatrale contemporaneo – renderebbe superfluo l’attore a vantaggio di entità mediatiche. Il teatro senza attori in carne e ossa esisteva già nel Barocco, nel Bauhaus o anche nel più recente teatro degli oggetti. Il significato fondamentale della presenza dell’attore per il teatro stesso non è stato scalfito da queste forme sceniche. L’autore Thomas Strittmatter scrive, a proposito di una rappresentazione che si era imposta su di lui come un vero e proprio “teatro delle meraviglie”[Theaterwunder, gioco linguistico che richiama al termine Wunderkammer, N.d.T.], «ogni movimento è chiaramente un’esecuzione spontanea ed istantanea, la sincronizzazione tra esecuzione e la sua immediata percezione è fuori di ogni dubbio. Prende vita una realtà, una realtà teatrale, non una realtà cinematografica» [“Theater Heute”, Heft 4, 1990, p. 25].
La formulazione è interessante. Potrebbe generare un dubbio, un due, un doppio, una spaccatura nell’adesso, nel qui e ora. [Lehmann formula un gioco linguistico con la radice Zwei (due) del termine Zweifel (dubbio), intraducibile alla lettera. Si riporta la frase originale: «Es kōnnte ihrzufolge ein Zweifel, eine Zwei, eine Spaltung im Jetz auftreten. Wenn aber kein Zwei-fel, kein Zwei-Gefühl […]», in Hans-Thies Lehmann, Die Gegenwart des Theaters, in Erika Fischer-Lichte, Doris Kolesch, Christel Weiler (a cura di), Transformationen. Theater der neunziger Jahre, cit., p.. 17, N.d.T.].
Se, però, non si genera questo dubbio, questo doppio, questo sentimento in-due, questa separazione fra l’esecuzione e la percezione del gesto, allora e solo allora si crea la – comune – presenza. La sensazione dell’“adesso”, l’istantaneo che non può essere dubitato, afferma la presenza del teatro come co-presenza. Ciò risulta da un lato dall’immanente uni-vocità dei gesti e dal loro conseguente potere magico. Ma non solo: alla stessa maniera è sostenuto dai gesti rivolti verso gli attori. Sguardo, postura, direzione e modulazione della voce puntano fuori dalla cornice del boccascena e mirano dritto verso il volto dello spettatore come un indirizzarsi, un discorso nel più ampio senso del termine [Il termine discorso deriva dal latino discúrsus, che a sua volta deriva da discúrrere, scorrere da cui il senso figurato di trascorrere con la parola da una cosa all’altra, N.d.T.]. Questa parola indica la consapevolezza dell’asse scena-pubblico. Un passo oltre e quest’asse prende subito il soppravvento mettendo da parte l’intra-scena: possiamo dire che la dimensione fittiva diviene secondaria. E qui incontriamo qualcosa di specifico per il nuovo teatro.
Naturalmente è sempre stata nota la dualità del teatro, un gesto sul palcoscenico si rivolge contemporaneamente all’interno della scena e verso il pubblico. Adesso, però, la seconda direzione balza in primo piano tanto da sovrapporsi all’interesse verso il mondo fittizio della scena. Se, possiamo così formulare, nell’attore classico si uniscono il genio dell’interpretazione (noi crediamo che lui sia Amleto) e il genio del discorso (l’attore crea un filo diretto con il pubblico), nel nuovo teatro questi due momenti si separano: la capacità di interpretare un altro da sé cade in secondo piano, a favore della qualità del performer che comunica la sua individualità idiosincratica. Con ciò, il fare dell’attore si è spostato verso un’auto-deissi, la sua presenza come indicatore del tema. L’inclinazione dell’arte moderna e post-moderna alla tematizzazione di se stessi è una delle chiavi di accesso alla sala macchine della nuova scena. Infatti, una sua legge fondamentale è che tutti gli elementi del teatro fuoriescano dallo stato implicito e non dichiarato per divenire espliciti e dichiarati. Così si rende evidente che nel teatro contemporaneo lo spazio non è più denotativo dello spazio fittizio, il tempo non è più denotativo del tempo fittizio, ma sono espressamente visualizzati, mostrati, come un qui e ora.
IV.
In linea frontale, i corpi divengono una linea di battaglia, un’arena di combattimento, l’inquietante energia del nuovo teatro. I corpi sono presenti in prima linea, non più a formulare un senso scenico – il loro essere così come sono, il loro essere osservati, lo shock dell’incontro con la loro stessa fisicità è il loro, se si vuole ancora chiamarlo così, “senso”. Nella Socìetas Raffaello Sanzio, i corpi dimagriti o gonfiati quasi fino all’insopportabilità diventano scioccanti commentari teatrali della verità di Giacometti o Bacon. In Einar Schleef i corpi sudati, urlanti, nudi, che più di ogni espressione verbale testimoniano del rimosso della società. Anche la voce del corpo diventa presenza musicale e ritmica, il respiro e il rumore, le esalazioni e il calore sono espressi per la loro stessa realtà intrinseca, non come portatori di significato. I gesti quotidiani sono mostrati così insistentemente che lo sguardo affascinato, anche quando si raccontano le storie più interessanti, è sempre riportato sulla realtà fattuale della scena, sul modo di rappresentazione stesso. Si può parlare in questo caso di un teatro “concreto”. Là dove appaiono media e film, essi diventano strumenti di contrasto, che fanno emergere ancor di più la presenza fisica dell’attore. Così Giorgio Barberio Corsetti, Wooster Group, John Jesurun. E ho ancora nelle orecchie il rumore dei passi dell’americano sulla ghiaia davanti ad una casa giapponese, nell’epocale riappropriazione del teatro epico da parte di Robert Lepage, The seven streams of the river Ota, perché questo rumore marcava visibilmente la corporeità della presenza teatrale in contrasto con l’uso, proprio in questa produzione, di molti modi della presenza mediata (video, suono, giochi d’ombre etc.). Il teatro, così si apprende nella scena multimediale del canadese, potrà sì incorporare tutte le forme di manifestazione e mutarsi profondamente, ma in questo modo intensificherà solo il suo dato specifico, la presenza teatrale. Anche il rallentamento o l’esitazione dei gesti rendono i corpi ancora più presenti, in quanto si muovono in una vistosa discrepanza rispetto al flusso cronologico del tempo abitualmente percepito. Qui si rende evidente un dato: la presenza, quale fenomeno teatrale, nasce dall’interruzione, dalla privazione, dalla deviazione della presenza. Un caso estremo è lo slow motion sul palcoscenico: esso ha per effetto che un secondo spazio temporale viene come ritagliato dallo spazio scenico, un’aura di amplificata presenza avvolge il corpo quando il ritmo del movimento e della percezione subisce un’interferenza. Quello che è comunemente percepito come un presenziare enfatico, un’arte della presenza dell’attore, è anche una specie di deviazione dalla presenza abituale, un non-essere presente. Rudolf Arnheim parlava di una peculiare “melodia del movimento” di un attore. Molto spesso si tratta di una particolare capacità di rallentamento, di un’esitazione nei gesti che crea un corpo più presente, essendo, in modo più o meno evidente, in discrepanza con l’usuale percezione del flusso cronologico del tempo. Presenza è anche sempre una deviazione dal presente. La creazione di presenza è sempre anche una privazione del presente, frattura della continuità, shock. Fattori come il rallentamento o come, nel senso della parola “e-norme” , il cadere fuori dalla norma di un corpo, il ritirarsi della distanza mentale, il confronto con un momento, che non è stato ancora rasserenato e appianato attraverso la sua comprensione, ci indicano che la presenza teatrale essenzialmente si produce attraverso la sua perturbazione, il suo sdoppiamento, la sua esitazione. La presenza ottenuta attraverso la classica, idealizzata, amplificata e amplificante presenza scenica è soltanto uno dei lati della medaglia. Affascinato, che vuol dire che, con una miscela fra attrazione e repulsione, si percepisce la presenza come vera, reale, quando il corpo “là davanti” s’imprime nella mente a causa della sua bruttezza, mancanza di forma, malattia, attraverso violenza e dolore. Il suo precognitivo essere qui, essere davanti agli occhi, la sua fisicità, diventano al di là di ogni significato codificabile, il significante reale. Non più una gestualità percepita come “naturale” lo fa essere in modo decisivo il portatore di significato, come ad esempio nel teatro borghese o comunque nella sua teorizzazione del XVIII Secolo [Vedi anche Günther Heeg, Das Phantasma der natürlichen Gestalt, Frankfurt a. M., Habilitationsschrift, 1996]. Non più si pone al centro un linguaggio del corpo diventato autonomo come luogo di espressione dell’anima e della grazia utopica. Al contrario, il corpo è esposto nella sua quotidianità, trivialità, nelle sue deformazioni estreme. Essenzialmente questo aspetto riguarda una mancanza. Da qui si produce il paradosso nell’attimo estetico, che deve la sua presenza intensificata a ciò che manca – indifferentemente da come appare il corpo, se in una figurazione chiara, utopica o oscura.
Accanto ai corpi, nel nuovo teatro è la vita propria dei materiali e delle cose a creare una presenza particolare. Tutti gli oggetti sono presentati nella loro materialità e struttura, l'entità scenica della materia prende vita: il grigio legno usurato degli attrezzi di scena kantoriani, i materici e concreti oggetti di carta, legno e stoffa del Théâtre du Radeau (in Chant du Bouc o in Bataille du Tagliamento), i muri di ferro di Teshigawara oppure il paesaggio di cavi del Wooster Group. In buona parte della nuova scena, l’abile manipolazione del tempo reale nel processo teatrale – ripetizione, durata estrema, rallentamento – evoca un effetto simile a una percezione quasi tattile. In breve: dobbiamo riconoscere il nuovo teatro come un laboratorio nel quale si elabora la repentina metamorfosi delle “immediate” forme di percezione. E di fronte alla confusione e al livellamento dello sguardo, di fronte a un potenziamento degli stimoli attraverso le immagini mediali, c’è un bisogno urgente di questi luoghi culturali, se non si vuole giungere a uno stato di generalizzata idiozia percettiva in un mondo high tech.
V.
Ricco d’inventiva, talvolta chiassoso, talvolta disperato, talvolta poetico e classico, talvolta accentuatamente “giovanile”, così si delinea il ritratto di un teatro di presenza. Se a tratti ci sembra che abbia perso la memoria, questo non ci deve ingannare sul suo potenziale innovativo in riferimento ai nuovi modi di approccio alla tradizione. In ogni caso, il nuovo teatro potrebbe cogliere la sua occasione nell’era mediatica - in modo più deciso e con una prospettiva di maggiore successo rispetto all’insistere inesauribilmente su un solido teatro di tradizione - qualora continuasse ad approfondire la sua peculiare forma di comunicazione della presenza. Non si tratta allora di puntare, come alcuni drammaturghi potrebbero immaginare, sui contenuti “più profondi” dei testi classici, curando il teatro del “libro di qualità” (che anche nella lettura – risultando solitamente migliore – si schiude). La presenza, nel senso qui delineato, può essere invece prodotta in molti modi differenti:
1. attraverso l’attore come performer, le cui “azioni” divengono un assestamento performativo che attualizza, modifica, pone al centro il modello affettivo e intellettuale della sua relazione con lo spettatore;
2. attraverso una recitazione situata più sul piano della comunicazione che su quello dell’interpretazione, così che si ritiri la configurazione di un’altra identità a vantaggio dell’istaurarsi di un comune spazio di parola e percezione fra personalità recitante e spettatori;
3. attraverso il contrasto fra il corpo che respira e le immagini prodotte dai media, così che si colga il diverso tipo di desiderio che gli spettatori provano nei confronti dell’immagine vivente e dell’immagine mediatica;
4. attraverso la totale o parziale rinuncia a una coerente finzione, in modo che l’attenzione non si sposti dall’attore al soggetto della recitazione;
5. attraverso la concentrazione degli svolgimenti scenici sulla fisicità del corpo e, in particolare, sul fisico stravagante, problematico, brutto, malato, debole, disturbato;
6. attraverso tecniche che fanno “apparire” sul palcoscenico l’entità fisica degli oggetti grazie all’interazione con attori in carne e ossa;
7. attraverso un’accentuata banalità, che costringe a un’attenta osservazione di semplicissimi svolgimenti e personaggi.
Nel giovane teatro olandese e belga, soprattutto, è emersa da qualche tempo – certamente anche per la relativa mancanza di una forte tradizione letteraria teatrale, se paragonata a quella tedesca – un’inclinazione verso una forma di teatro di gruppo estremamente rilassata, che si distingue per una predilezione apertamente conclamata verso la presenza personale di un attore che si rivolge direttamente al pubblico. Presenza personale che chiaramente occupa il rango primario all’interno della rappresentazione, che spesso è ridotta a una struttura di racconto basilare e senza pretese, spesso ricucita sui problemi della vita dei giovani protagonisti. Ciò che, in una descrizione del genere, a volte, suona molto banale, in qualche occasione è di una vitalità teatrale da suscitare invidia e si manifesta come una nuova tappa della création collective , che non dovrebbe essere archiviata troppo frettolosamente, nonostante le sue vistose debolezze. Anche questo è uno dei modi con cui il teatro del presente genera la sua presenza.
VI.
Nella misura in cui il teatro si situa nel campo della modernità, in altre parole in rapporto ai nuovi mezzi di comunicazione, esso partecipa al processo di «distruzione dell’aura». Com’è noto, Benjamin concettualizzò questo processo in riferimento ai cambiamenti radicali, dalle fondamenta, subiti dalla percezione in un’“epoca” che si mostra affascinata dalla “riproducibilità”. Il teatro rimane tuttavia, in un senso molto pratico, nonostante non sia meno soggetto al mutamento del concetto d’arte. In gioco c'è la riproducibilità, la cosiddetta arte non riproducibile, come già Benjamin stesso aveva constatato. L’aura, a quanto pare, è abbonata al teatro. Benjamin concluse che proprio per queste ragioni le masse si spostano dal teatro ad altri mezzi – ai suoi tempi verso il cinema. Si tratta, però, proprio di una tipologia di forma temporale e, nello specifico, della particolarissima qualità di evento dell’opera d’arte originale che Benjamin aveva davanti agli occhi, in riferimento alla categoria dell’aura. L’osservatore ne fa esperienza in un rito quasi cultuale, essa si rivela in un incontro “scenico”. Il teatro partecipa a entrambi: alla distruzione dell’aura e, contemporaneamente, a quella qualità di evento che non permette una scomparsa completa dell’aura. In un certo senso, lo spettatore teatrale assomiglia all’osservatore del paesaggio cui Benjamin fa riferimento nel tracciare il concetto di aura:
Seguire con lo sguardo, sdraiato, in un pomeriggio d’estate, una catena montuosa all’orizzonte oppure un ramo, che getta la sua ombra proprio su colui che è sdraiato – questo vuol dire inspirare l’aura stessa di queste montagne, di questo ramo [Walter Benjamin, Gesammelte Werke, Band ½, p. 440 e 479].
In quest’immagine complessa è leggibile una un collegamento fra aura e presenza teatrale. Aura, presenza, copresenza sono vissuti in un irripetibile senso istantaneo [Jetzt-Sinne, N.d.T.] come lo espone il testo di Benjamin. L’ombra fattuale cade su colui che è sdraiato: essa manifesta l'esatta relazione corporea fra l’oggetto della sua contemplazione, il paesaggio, e il suo corpo fisico. L’ombra (il suo “tangere” il corpo dell’osservatore) è a sua volta dipendente dalla posizione del sole sopra il paesaggio, esattamente in quel momento; dipende cioè da una precisa ora che è, al contempo, l’ora dell’oggetto della percezione e di colui che percepisce. Entrambi sono uniti nello spazio-tempo dell’unico e identico teatro della natura, così che la loro tessitura temporale diviene inscindibile dal tempo biografico del corpo. Per questo, su colui che osserva, cade anche l’ombra della mortalità – è già pomeriggio. Come nell’opera originale (cui si riferisce Benjamin), come nel teatro, un attimo di vita irripetibile è messo al centro dell’esperienza, nel quale lo spettatore non tanto percepisce, ma “respira”. Il suo corpo condivide la stessa atmosfera con l’albero e la montagna, l’aura come elisir di vita. Allo stesso modo, lo spettatore, “in quiete”, “condivide” il tempo della messinscena teatrale, che sta seguendo con lo sguardo. Proprio in questa calma, che come ombra evoca la memoria della morte in un’ora già avanzata, si rende evidente come la presenza sia intrecciata all’attimo, all’evento, allo shock, all’intervallo, all’interruzione, all’esitazione nel corso della comprensione. Anche la famosa formulazione, sempre di Benjamin, dell’aura come «apparizione irripetibile di una distanza per quanto questa possa essere vicina», si riferisce a questo necessario ritiro durante la “rivelazione”.
VII.
Interrogarsi sulla presenza del teatro permette di portare l‘attenzione anche sull’analisi di opere teatrali tradizionali o apparentemente tradizionali. La presenza si mostra come la punta di diamante nel teatro recente; tuttavia essa abita strutturalmente anche la prassi teatrale in genere. Non si tratta di una differenziazione in categorie, ma di una polarità analitica: presenza vs rappresentazione, presentazione di tempo e presenza vs rappresentazione di tempo e presenza, tensione intra-scenica vs tensione scena-pubblico. La tendenza all’esposizione, alla presentazione oppure alla presenza distinta rispetto al dispositivo dell’interpretazione o della rappresentazione, fa intravedere un passo decisivo nello sviluppo del discorso teatrale, una vera e propria estetica della presenza. Uno sguardo sulle discipline confinanti può essere di aiuto per comprendere più chiaramente questo tema. Un modo più letterario di vedere l’arte moderna, spinge Karl-Heinz Bohner verso la teoria dell’«epifania», presente già in Joyce. Si riferisce a un’apparizione amplificata di un reale decontestualizzato, che proprio attraverso l’interruzione del contesto di significato genera l’intensificazione degli attimi di vita e trasforma così in “visione” lo sguardo posato su un momento quotidiano. Questo gli conferisce, attraverso un certo isolamento, un non so che di forza luminosa e con ciò una pregnanza aggressiva la quale – al contrario della comprensione del senso data dalla durata contemplativa – è identificata da Bohrer come l’essenziale dell’esperienza estetica. Egli insiste sulle qualità dell’intensità e dell’enigma, che per lui valgono come momenti costitutivi di un’«esperienza estetica» e che descrive con le formule «apparizione istantanea» oppure «epifania autoreferenziale» [Karl Heinz Bohrer, Das absolute Präsens, Frankfurt a.M. 1997, p.41 e seguenti]. Invece di ricapitolare dettagliatamente le riflessioni sull’epifania di Joyce e Bohrer, accenneremo soltanto all’antropofania teatrale nel senso dell'estetica della presenza appena introdotta. Attraverso il piacere e il terrore suscitati della fisicità esposta, il nuovo teatro genera un’antropofania nella quale l’uomo appare, senza chiamare in causa alcuna trascendenza metafisica o religiosa, allo stesso tempo sia un potenziale infinito sia infinitamente vulnerabile.
E’ al di fuori dal nostro intento discutere nei dettagli se e fin dove la temporalità estetica dell’epifania e dell’evento definisca esclusivamente o in prevalenza la modernità, interessante invece per il nostro contesto è il dato che Bohrer presenta la sua teoria dell’esperienza estetica come «estetica del terrore». In questo modo diventa possibile tracciare, per il teatro, un arco temporale che va dalla formula aristotelica phobos/éleos (e da quello che Bohrer chiama il «terrore dell’apparizione» della tragedia antica) alle strategie dello shock nella nuova e nuovissima estetica teatrale, le quali hanno il loro polo d’orientamento nella qualità dell’attimo della performance. Bohrer constata l’esistenza di un’estetica del terrore greca e di una specificatamente moderna. Da una parte, guarda a un’epifania del terrore quale «struttura estetica […], che si ripete in diverse fasi della storia letteraria e artistica europea» [Karl Heinz Bohrer, Das absolute Präsens, cit. p. 62], dall’altra intravede nell’Atene del V secolo, nel tardo Rinascimento e nel periodo intorno al 1900 il terreno propizio per la crescita della fenomenalità del terrore e dei suoi peculiari paradigmi estetici. Una teoria della presenza nel teatro avrebbe, sotto i concreti auspici dell’analisi della messinscena, il compito di catturare gli impulsi dell’«estetica del terrore» e di condurre più lontano la riflessione sul teatro della presenza. Anche se volessimo trattare la questione dello shock, del terrore e della violenza solo come un momento dell’estetica teatrale della presenza, varrebbe la pena posare un rapido sguardo sul concetto di «presenza assoluta».
Davanti al famoso dipinto Medusa di Caravaggio, Bohrer spiega che il terrore estetico, a differenza di quello reale, si preannuncia attraverso una stilizzazione che fa dello spaventoso una forma ornamentale. Per questo si giunge solo a una «identificazione immaginaria». Il secondo dato è ancora più importante: «Il volto di questa Medusa non è di per sé ispiratore di terrore, ma sembra che essa stessa stia guardando qualcosa di terribile (per così dire il suo stesso destino)…»[Ivi, p. 40 e seguenti]. Si potrebbe dire anche in altro modo: lei non vede se stessa, il terrore non è terrore denotativo, ma il terrore stesso. Con questo cambio di prospettiva, lo sguardo della Medusa e lo sguardo dell'osservatore sarebbero dati come identici e si aprirebbe un nuovo abito di analisi per cui la performance, l’evento scenico incentrato sulla presenza, sarebbe da definire come una specie di sviluppatore liquido, come un dispositivo che ha, prima di tutto, il compito di rendere esplicita sia la presenza in se stessa, sia la presenza degli spettatori. Un’apparizione estetica che internamente così trema è ben al di là del rimando e della rappresentazione (anche dello stesso terrore empirico del reale)[Ivi, p. 7.]. «Il tempo estetico non è il tempo storico metaforicamente detto. L’'evento' all’interno del tempo estetico non è il referente di eventi del tempo reale», puntualizza Bohrer. Un’estetica del genere non invita a spiegare, evitare, esaminare il terrore, ma a vivere un’esperienza “mimetica” in senso doppio: l’osservatore del dipinto passa attraverso l'essere terrorizzato, che nel quadro è già “messo in posa”. In quest’ottica si ha una prova della tesi sostenuta da più parti, che lo specifico modo di esperienza estetica sarebbe da definire come un’esperienza nella quale l’oggetto dell’esperienza determina proprio come sono vissute tali esperienze. La forza dell’immaginazione (l’arte) ha, perciò, la funzione insostituibile di aprire le porte a esperienze che noi non abbiamo fatto in prima persona.
Sia come sia – la «presenza assoluta» di Bohrer si dimostra come un orizzonte che permette di comprendere meglio le estetiche della presenza nella nuova scena. Il concetto è incommensurabile per tutte quelle interpretazioni che dell’esperienza estetica vogliono fare un processo di trasmissione di significato, un “intermediario” goethiano, un medium di un’altra (preferibilmente più alta) realtà. Proprio per questo c’è stato intorno al termine “assoluto”, relativo alla presenza, un certo fraintendimento “trascendentale” . L’arte non è la «presenza reale» come nella formulazione di George Steiner. «L’altro», strettamente vuoto di contenuto unicamente in presenza dell’opera d’arte, «è creato non come una pentecoste estetica, ma come un’epifania sui generis» [Ivi, p. 181], le cui varianti si sviluppano sistematicamente non in modo astratto, ma sono visibili unicamente nell’analisi e nello smontaggio delle proprie concrete figurazioni del momento.
VIII.
Anche nella storia dell’arte, in questi ultimi anni, si dà più attenzione alla specifica temporalità di ogni singolo quadro e, in special modo, alla qualità dell’istante apparentemente fissato in modo duraturo. Ciò deve interessare la teatrologia, perché anche se il teatro, nella sua struttura, mostra maggiore somiglianza con i dipinti appesi alle mura delle chiese medievali - i quali di sicuro non si chiudono contro lo spazio-tempo dello spettatore, ma manifestano l’integrazione del tempo religioso di ciò che è raffigurato con il ritmo dell’esistenza dei riuniti nella chiesa per il rituale di fede -, la cornice del proscenio della modernità suggerisce invece di comparare il teatro come tableau con il dipinto rinascimentale percepito come finestra aperta [In italiano nel testo, N.d.T.]. Anche il dipinto – non diversamente dal romanzo e dal teatro – stabilisce un cronotopo, secondo il concetto di Bachtin: un tempo-spazio con specifiche regole, stratificazioni e confini, separato visibilmente dal circostante attraverso la cornice (in tempi remoti spesso anche con l’aggiunta di un sipario). Gottfried Boehm, che si è occupato del tema “figura e tempo” in una serie di ricerche, a proposito dell’istante cita Nietzsche sull’eterno ritorno del simile: «Nell’istante si unisce la doppia veduta del paradosso. Soltanto così è concepibile come il più sfuggente aspetto temporale possa divenire la via d’accesso a un’esperienza della durata. L’istante si svela come doppio, perché contemporaneamente dentro e fuori dal tempo» [Gottfried Boehm, Augenblick und Ewigkeit. Bemerkungen zur Zeiterfahrung in der Kunst der Moderne, in Willen van Reijen (a cura di), Allegorie und Melancholie, Frankfurt a.M., p. 112]. Se l’intensa presenza è definibile come fenomeno mentale, al contempo temporale e atemporale, cronologico e a-cronologico, allora lo sdoppiamento ritorna anche qui, come l’elemento performativo menzionato: «nell’istante estetico si mostra una lucidità alla quale non manca niente. Essa convince, non perché capace di appoggiarsi sui criteri comuni di verità, ma perché in quell’istante fa valere la sua propria forza». In questo senso si può affermare che anche nella prassi teatrale sia in atto uno spostamento di accento dalla rappresentazione (criterio di verità) alla manifestazione (forza). Il rapporto di complesso scambio, la paradossale unione di simultaneità, durata e presenza spiegati da Boehm, punto per punto e in modo critico, con riferimento all’immagine dipinta sarebbero da acquisire e applicare al teatro:
L’ideale di un valore puramente visivo basato sulla presenza, sull’oggettivazione, è insensato e controverso. La temporalità di un quadro è dettata per paradosso, ricavabile soltanto a prezzo della successione, cioè con l’isolamento dei singoli elementi ma, al contempo, sotto la condizione di un potenziale di simultaneità. Le figure, le cose, gli elementi riconoscibili non possiedono durata. La durata appartiene invece al rapporto inverso fra simultaneità e successione, così come esso si crea nel singolo quadro [Gottfried Boehm, Bild und Zeit, in Hannelore Paflik (Hg.), Das Phänomen Zeit in Kunst und Wissenschaft, Weinheim 1987, p. 22].
Gli spunti qui presentati siano da prendere come indicazioni, le loro differenze interne dovrebbero essere commentate pazientemente e alla luce dell’esperienza teatrale. (Così si arriva in Boehm alla bipolarità dell’esperienza estetica – la riflessione sull’immagine come immagine che è simultaneamente esperienza e pensiero del tempo nel quadro, – mentre in Bohrer domina l’aspetto dell’istante scioccante). E sembra irrinunciabile esperire il mancante proprio nella pienezza di presenza, la sottrazione come forza trainante dell’immaginazione, successione e trapasso nel presente, nel terrore, dove sembrano esserci la perfezione e la pienezza senza mancanza. Nessuna esperienza di presenza è senza fessura: ogni atto di presa di consapevolezza e di attenzione taglia fuori, dimentica, “rende assente”, allo stesso tempo, parte del presente. La presenza si dà come esperienza estetica e, già solo per questo, essa non è in nessun modo una semplice alternativa all’assenza.
Diversamente da ogni altra forma d’arte, nel teatro l’istante “insiste” nel campo simbolico della situazione teatrale, non nell’atto o nel soggetto della sua messinscena. Proprio per questa temporalità non chiusa, nella scena attica, all’inizio, il coro faceva il suo ingresso da “fuori”, luogo che condivideva con gli spettatori, e così manifestava l’appartenenza di tutti alla comune presenza impregnata dall’esperienza del qui e ora. Allo stesso tempo, non è l’assenza ma la sparizione a definire la presenza nel teatro, il trapasso corrente. Adorno scrive:
Il fenomeno visivo più vicino all’opera d’arte è l’apparizione, l’apparizione celeste. Con questa le opere d’arte sono in sintonia, essa sorge sopra agli uomini, rapita e lontana dalle loro intenzioni e dal mondo delle cose. […] Anche nella recita finale di Beckett il sipario si alza pieno di promessa; drammi teatrali e pratiche registiche che non lo utilizzano, saltano con un trucco disperato sopra la propria ombra. L’istante in cui si alza il sipario è, però, l’aspettativa dell’apparizione [Theodor W. Adorno, Ästhetische Theorie, Frankfurt a. M. 1971, p.125 e seguenti].
E continua:
Le apparizioni di una mente pregnante, quelle di qualcun altro, diventano opere d’arte, dove l’accento cade sull’irreale della propria realtà. Il carattere immanente dell’atto, che è loro proprio, infonde qualcosa di momentaneo, subitaneo, anche se realizzate con materiali duraturi nel tempo. La sensazione di essere assaltato è ciò che si registra davanti ad ogni opera importante [Ivi, p. 123].
L’idea dell’apparizione di un “altro” è possibile proprio attraverso la mancanza di contenuto, se si vuole: il suo vuoto deve diventare il contro-termine esatto al tradizionale concetto dell’apparire o sembrare. L’arte quale “apparenza” di qualcosa è, nella filosofia idealistica, sempre la rappresentazione. “Apparizione” invece non vuole dire rap-presentazione ma posizionamento, costellazione, che alla fine non tanto “parla di”, piuttosto si manifesta. Quale segno illeggibile,più che essere compresoè captato dall'immaginazione. Un leggere percettivo come questo sarebbe da intendersi come la lettura di quello che, come direbbe Hofmannsthal, “non è stato mai scritto”. Adorno: «Prototipo per le opere d’arte è il fenomeno del fuoco d’artificio che, a causa della sua sfuggevolezza e del suo essere mero intrattenimento, in sostanza non è mai stato degnato di uno sguardo teorico» [Theodor W. Adorno, Ästhetische Theorie, cit., p. 125]. In ciò si ravvisa, come menziona nello stesso passaggio Adorno, una particolare noblesse, quando l’arte in questa forma non si oppone al proprio carattere effimero. La nuova scena, si potrebbe dire, offre di più e alza ancora una volta la posta della qualità pragmatica del carattere effimero specifico del teatro e, proprio per questo, lo espone e lo rappresenta. Con ciò la teoria, una volta di più, deve pensare il proprio oggetto come un modello per la sua prassi. Il segno costitutivo del suo fare dovrebbe essere il descrivere anche un frammento del rimosso, che invece non deve essere rimosso. Altrimenti non si può evitare il pericolo di escludere la perdita di sé nell’esperienza estetica e, in questo modo, di dimenticare il meglio. Per questo la teoria deve sempre ricordarsi il proprio fallimento, nel senso multiplo del termine – [Versagen, in tedesco significa non solo fallimento ma anche sbagliare nel dire, dire troppo, distruggere a forza di dire e ridire, N.d.T.] –, aprire il suo discorso all’altro, permettere l’ingresso al gioco e alla corrente d’aria di ciò che è sfuggente, accettare la perdita di terreno da sotto i piedi nella rielaborazione costruttiva e decostruttiva dei termini specifici di fronte alla presenza che non si lascia catturare. Solo in questo modo si riesce a restringere un poco la spaccatura, alcune volte minacciosamente dilatata, fra la percezione accademica del teatro e quella della critica corrente. E’ in quest’ottica che qui mi sono interrogato su quegli aspetti che compongono il presente e la presenza specifica del teatro di oggi.
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Raffaello Sanzio
02 novembre 2012
Costume Colloquium III: Past Dress – Future Fashion, November 8-11, 2012 in Florence, Italy
Past Dress – Future Fashion
Stylists and designers look to the past to seek inspiration for their latest creations. We reference the past to spark our imagination for new ideas, but more often we look back to identify those timeless themes that remain valuable for the present and into the future.
Therefore vintage styles, designer creations and historic fashion collections will be just some of the many topics presented at Costume Colloquium III: Past Dress – Future Fashion to be held November 8-11, 2012 in Florence, Italy .
The international, interdisciplinary and intercultural structure of Costume Colloquium promotes a lively exchange of knowledge on a full range of ideas and interests. The conference topics and themes of Past Dress – Future Fashion are appealing to professionals and academics as well as amateurs and students and will include the following:
Interpreting Fashion of the Past in the Past
Returning to the Future: Inspirations and Influences of Past Traditions in Fashion Today
Rediscovering Historical Techniques, Tastes and Trends
Collecting Fashion: Aims and Accessibility
Learning from Dress Collections and Fashion Documents
Conserving, Preserving and Displaying Dress and Costumes
Recycling, Repurposing and Wearing Vintage and Dress of the Past
Reconstructing and Reproducing Historical Clothes
Dressing Performers for the Performing Arts: Designers, Creations and Fashion
Watch the full program online
SESSION IX: Dressing Performers for the Performing Arts: Designers, Creations and Fashion Influences
• MICHELLE TOLINI FINAMORE – Boston, Massachusetts, USA (Curatorial Research Associate in the Department of Textile and Fashion Arts at the Museum of Fine Arts)
Venus in Finery: The Seductress of Silent Cinema
• RICHARD TORREGROSSA – New York, New York, USA (Journalist and Author)
Looking To Past Icons for Contemporary Inspiration:
Cary Grant and the Revival of Bespoke Tailoring
• BONNIE KRUGER – Saint Louis Missouri, USA (Costume Director/ Professor of the Practice Washington University Performing Arts Dept.) with Holly Irvine Poe Durbin, California, USA (Professor, Head of Costume Design, University of California, Irvine)
“I Don’t Dress Movie Stars, I Dress Characters”
The Exceptional Career of Costume Designer Ann Roth
• CHARLOTTE OSSICINI – Bologna, Italy (PhD in Theatrical and Cinema Studies, Universita’ di Bologna – Alma Mater Studiorum)
Performing Vintage: The Costumes Archive of the Teatro delle Albe
27 settembre 2012
SERGIO PADOVANI_IN PASTO AL FINIMONDO @ CAOS ROCK CLUB
Si comunica alLa Signoria vostra che, in occasione dell'inaugurazione del Caos Rock Club a Bologna (via Zanardi 84/3)- venerdì 28 settembre 2012 ore 23.00 - verrà ufficialmente svelata e presentata l'opera inedita di Sergio Padovani "IN PASTO AL FINIMONDO"
"Aller innere Sinn ist Sinn für Sinn.
Novalis
L’etimologia della parola grottesco deriva da grotta. Si riferisce agli arabeschi ritrovati in edifici antichi seppelliti sotto terra, in particolare le Terme di Tito a Roma, elementi murari che sembrano avere a un primo sguardo una mera funzione decorativa. Rinvenuti durante il Rinascimento hanno ispirato Raffaello e Leonardo, quali possibilità di unione fra mondo animale e umano, figure che si contorcono e hanno come elemento conduttore trame vegetali, la creazione di un “impasto” multiforme che suscita al contempo un guizzo ironico e una profonda ansia. Qualche secolo più tardi Freud avrebbe definito questo tipo di effetto unheimlich, perturbante. Le figure di Sergio Padovani conducono a questa reazione, lattee come se fossero appena uscite da un qualche antro, canzonatorie e al contempo disperanti – dissacranti – ci suggeriscono il portato dell’unione fra ragione e fantasia nel racconto di una storia che crea vuoti che sta al fruitore riempire, per condurlo a una catarsi dell’oscuro presente nell’animo umano."
Charlotte Ossicini
WWW.SERGIOPADOVANI.IT
SERGIO PADOVANI
Nato a Modena il 25 Aprile 1972, dove vive e lavora.
Suona per diversi anni in numerosi progetti musicali sempre finalizzati alla ricerca ed alla sperimentazione, poi il suono si è trasformato in immagine. Il concetto artistico rimane invariato.
La ricerca pone i suoi fondamenti sul corpo e l'inadeguatezza fisica e morale. Il grottesco, immobile, rivelarsi al giudizio dell'umana curiosità. La narrazione dell'inesplicabile indagine sulla corporeità, delle sue miserie e della sua bellezza, sempre e comunque.
La rivendicazione dell'imperfezione e della sua autocompiaciuta purezza.
sergiopadovani@hotmail.it
----
“Un accenno che dilaga come se un barlume di malinconia si frantumasse all'interno di un sogno oscuro, dove le regole sono autodefinite e perfettamente funzionanti attorno all'etica della
decadenza e dell'estetica dell'orrido.
Un reale che si estrinseca in titolazioni letterarie che fungono da appendice all'immagine e che si palesa attraverso pennellate che costruiscono realtà sorridenti lontane da qualunque spavento.
Sergio Padovani sembra subire la seduzione di un deforme che ha superato l'accettazione della propria straordinarietà come se non fosse mai stata un dato negativo.
L'alienazione dei suoi personaggi - magistralmente evocati dalla generatività di un pennello esemplare si pongono sulla scena come una piccola masnada di attori alienati, animati da un respiro di normalità che fa delle loro carni un luogo di esperienze quotidiane, in cui essi stessi sono la regola“.
Viviana Siviero
(Arte Laguna International Art Prize 2009 )
Principali mostre collettive:
PREMIO ARTE 2007, ottobre/novembre 2007, palazzo della Permanente, Milano
UNA QUOTIDIANITA' IRREPARABILE, marzo 2008, Losguardodell'altro, Modena
AQUA, luglio-agosto 2008, Premio Vasto ,palazzo d'Avalos, Vasto-CH WAY, maggio 2009, Atelier Kkien, Milano
FRICTION, luglio 2009, Spilamberto , Modena
LA BELLEZZA E IL DISINCANTO, novembre 2009, Piccola Galleria, Asolo (TV)
PREMIO INTERNAZIONALE ARTE LAGUNA, marzo 2010, Tese Dell'Arsenale, Venezia
CENTOPERCENTOPERIFERIA, Mostra itinerante, quadratonomade, Roma
PREMIO COMBAT, maggio 2010, Bottini dell'Olio, Livorno
TRACCE 2010, luglio 2010, Castello di Sarzana, Casina, Reggio Emilia
NEXT STEP (Nell'ambito di STEP 09), novembre 2010, Galleria Wannabee, Milano
MARYLIN NO MORE, dicembre 2010, Galleria Wannabee, Milano
LA VITA IN UNA BATTUTA, aprile 2011. Asta benefica. Collaborazione Wannabee gallery/Crhistie’s
DALLA BIENNALE. Palazzo Morigi, Piacenza, giugno 2011 a cura di Maurizio Caprara
SOTTO L'ALBERO, dicembre 2012, Galleria Wannabee, Milano
54°BIENNALE DI VENEZIA. PADIGLIONE ITALIA, febbraio 2012, Sez.Regionale,a cura di Vittorio Sgarbi,Torino
QUADRATONOMADE. Palazzo delle Esposizioni, a cura di 100x100Periferia, Roma
ARTQUAKE. Musei civici di Reggio Emilia, luglio 2012, a cura di Alberto Agazzani
Premi e riconosciment:i
FINALISTA Premio Arte 2007
VINCITORE Premio Yicca 2009
VINCITORE Premio Arte Laguna 2009 Sez.Pittura
VINCITORE Premio speciale Galleria Wannabee
FINALISTA Premio Combat
FINALISTA Premio Celeste 2010
SELEZIONATO per la 54° BIENNALE DI VENEZIA.PADIGLIONE ITALIA sezione regionale, Torino
Mostre personali:
NESSUNA RESURREZIONE PER I BAMBINI CATTIVI
Galleria Lo Sguardo dell'Altro
A cura di Marinella Bonaffini
14 dicembre 2007 – 16 gennaio 2008, Modena
IL TUO CORPO E' IL DOLCE VILIPENDIO
Sala Truffaut, Galleria Lo Sguardo Dell'altro
A cura di Marinella Bonaffini e Marco Rebeschi
29 gennaio 2009 - 4 marzo 2009, Modena
L'APOCALISSE TI DONA
Wannabee Gallery
A cura di Viviana Siviero
15 marzo 2011 – 05 aprile 2011, Milano
IL LUNEDÌ È GRAZIA E DISTORSIONE
Piccola Galleria Arte Contemporanea
A cura di Emanuele Beluffi
27 giugno 2011 – 27 luglio 2011 ,Bassano Del Grappa (VI)
LE VOSTRE OMBRE ASSOMIGLIANO A GHIGLIOTTINE
Sourmilk Art Gallery
A cura di Irene Perino
10 dicembre 2011 – 07 gennaio 2012, Menzago di Sumirago (MI)
EINE KLEINE NACHTMUSIK
Wannabee Gallery
A cura di Emanuele Beluffi
10 maggio 2012 -10 settembre 2012, Milano
SERGIO PADOVANI
sergiopadovani@hotmail.it
WWW.SERGIOPADOVANI.IT
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Nato a Modena il 25 Aprile 1972, dove vive e lavora.
Suona per diversi anni in numerosi progetti musicali sempre finalizzati alla ricerca ed alla sperimentazione, poi il suono si è trasformato in immagine. Il concetto artistico rimane invariato.
La ricerca pone i suoi fondamenti sul corpo e l'inadeguatezza fisica e morale. Il grottesco, immobile, rivelarsi al giudizio dell'umana curiosità. La narrazione dell'inesplicabile indagine sulla corporeità, delle sue miserie e della sua bellezza, sempre e comunque.
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Un reale che si estrinseca in titolazioni letterarie che fungono da appendice all'immagine e che si palesa attraverso pennellate che costruiscono realtà sorridenti lontane da qualunque spavento.
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L'alienazione dei suoi personaggi - magistralmente evocati dalla generatività di un pennello esemplare si pongono sulla scena come una piccola masnada di attori alienati, animati da un respiro di normalità che fa delle loro carni un luogo di esperienze quotidiane, in cui essi stessi sono la regola“.
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Premi e riconosciment:i
FINALISTA Premio Arte 2007
VINCITORE Premio Yicca 2009
VINCITORE Premio Arte Laguna 2009 Sez.Pittura
VINCITORE Premio speciale Galleria Wannabee
FINALISTA Premio Combat
FINALISTA Premio Celeste 2010
SELEZIONATO per la 54° BIENNALE DI VENEZIA.PADIGLIONE ITALIA sezione regionale, Torino
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15 marzo 2011 – 05 aprile 2011, Milano
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LE VOSTRE OMBRE ASSOMIGLIANO A GHIGLIOTTINE
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10 dicembre 2011 – 07 gennaio 2012, Menzago di Sumirago (MI)
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10 maggio 2012 -10 settembre 2012, Milano
SERGIO PADOVANI
sergiopadovani@hotmail.it
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17 maggio 2012
I VOLTI (E L'ECCELLENZA) DEL PRECARIATO UNIVERSITARIO
GIOVANI PRECARI E NUOVE PROSPETTIVE DI RICERCA
PER IL TEATRO E LO SPETTACOLO
Università di Bologna
Dipartimento di musica e spettacolo
via Barberia 4
24-25 maggio 2012
L'appuntamento annuale della CUT (Giovani precari e nuove prospettive di ricerca per il teatro e lo spettacolo) è questa volta dedicato alle ricerche dei giovani studiosi che, sempre più numerosi, costituiscono la fascia, ormai tristemente nota, del precariato: un limbo di ricercatori, spesso brillanti, che, pur lavorando a stretto contatto con l'università, non hanno possibilità di accedervi stabilmente, costruendo un rapporto professionale che coroni finalmente il loro curriculum.
In questi ultimi anni poi, con il sostanziale blocco dei concorsi e della mobilità accademica, le fila dei precari si sono ulteriormente ingrossate, costituendo di fatto la norma (e non l'eccezione) dell'iter accademico.
Per questo motivo la CUT, che già aveva deciso di riconoscere una rappresentanza dei precari nel Direttivo, ha voluto con questo convegno non solo porre l'attenzione sulla gravità del problema, ma, attraverso le relazioni, dar conto soprattutto delle capacità e della ricchezza di prospettive scientifiche che questi giovani studiosi stanno sviluppando lungo tutto l'arco delle teorie e della storia del teatro: dagli approcci interdisciplinari, alle ricerche sullo spettacolo di antico regime fino alla scena novecentesca e contemporanea.
Programma del Convegno
25 marzo 2012
Fashioning Opera and Musical Theatre: Stage Costumes in Europe from the Late Renaissance to 1900
Il Centro Studi per la Ricerca Documentale sul Teatro e Melodramma Europeo della Fondazione Giorgio Cini, in collaborazione con University of Southampton e l’Archivio storico della Rubelli Historical Textile Collection, promuove un convegno internazionale di studi dedicato alla storia e al ruolo del costume nel teatro musicale.
Programma del Convegno
Giovedì 29 Marzo/Thusday 29 March, Sala Barbantini
15.30-17.30
CROSSING BOUNDARIES
Chair: Maria Ida Biggi (Centro Studi per la Ricerca Documentale sul Teatro e il Melodramma Europeo, Fondazione Cini e Università Cà Foscari di Venezia,Italia)
Doretta Davanzo-Poli (Università Ca’ Foscari di Venezia, Italia)
Costumi teatrali barocchi nella religiosità popolare e nei monumenti funebri.
Corinna Tania Gallori (Kunsthistorisches Institut in Florenz, Italia)
Penne a teatro dal Rinascimento a Papageno
Alessio Francesco Marinoni (Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, Italia)
Vestire il divino. Il costume degli “dei” e del “sovraumano” da Monteverdi a Wagner
Helen Greenwald (New England Conservatory of Music, Boston, USA)
Opera as iconography
Venerdì 30 Marzo/Friday 30 March, Sala Barbantini
9.30-11.00
ITALIAN 17th CENTURY COSTUMES
Chair: Isabella Campagnol (Archivio Storico Rubelli,Venezia,Italia)
Christine Jeanneret (Université de Genève, Svizzera)
Emblems, portraits, characters and affects: Costume drawings for Ipermestra (1658)
Maria Paola Ruffino (Conservatore Arti Decorative - Museo Civico d’Arte Antica di Torino, Italia)
I costumi dei balletti alla corte di Torino alla metà del XVII secolo negli album miniati di Tommaso Borgonio
Thessy Schoenholzer Nichols (Polimoda, Firenze, Italia)
A fancy giuppone, doublet from the 17th century, with many lives, one of them being a fancy ball or a theatre dancing outfit
11.00-11.30 Coffee break
11.30-13.30
SCARLATTI’S OPERA
Chair:Valeria De Lucca(University of Southampton,UK)
Anne-Madeleine Goulet (CNRS - École française de Rome, Francia-Italia)
“L’habiti della commedia”: I costumi dell’Arsate di Scarlatti (Roma, Palazzo Orsini, 1683)
Mickaël Bouffard (University of Montreal, Canada)
Re-inventing costume designs for Alessandro Scarlatti’s Il Tigrane (1715) with a historical approach
12.30-14.30 Lunch
COSTUMES IN ROME BETWEEN THE 17th- AND 18th-CENTURIES
Chair:Valeria De Lucca University of Southampton,UK)
Teresa Chirico (Conservatorio “L. Refice” di Frosinone, Italia)
Una “Vesta larga […] tutta piena di merletto d’oro.” Documenti inediti su costumi di rappresentazioni teatrali promosse a Roma dal cardinale Pietro Ottoboni (1689 - 1700)
Michela Berti (Istituto Storico Germanico di Roma, Italia)
Il costume come costruzione del personaggio. Il caso delle feste francesi a Roma nel Settecento
15.30-16.00 Coffee break
16.00-17.30
ENGLISH AND FRENCH MUSICAL THEATRE
Chair:Doretta Davanzo Poli(Università Cà Foscari di Venezia, Italia)
Heather A. Hughes (University of Pennsylvania, USA)
“Masqued” identity at the Stuart court: Isaac Oliver’s portrait of Anne of Denmark in masque costume
Agnieszka Żukowska (University of Gdansk, Poland)
“Visards like stars”: Costume as scenery in the Stuart Court Masque
ohn S. Powell (University of Tulsa, USA)
Henry Gissey’s costumes for Psyché (1671)
Sabato 31 Marzo/Saturday 31 March, Sala Barbantini
9.30-10.30
18th-CENTURY ITALIAN OPERA
Chair:Helen Greenwald(New England Conservatory,Boston,USA)
Takashi Yamada (Osaka University, Japan)
La “cantina” dei costumi per le commedie napoletane del Ferdinando Maria Banci nel 1769
Elsa Martinelli (Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce, Italia)
Nei panni dell’eroe: costumi e protagonisti di due drammi per musica dati a Firenze nel 1760
10.30-11.00 Coffee break
11.00-12.30
OPERA SERIA IN EUROPE
Chair:Helen Greenwald (New England Conservatory,Boston,USA)
Marianne Tråvén (Uppsala University, Sweden)
The inventory after Gustav III as a source to the work of the costume work shop of the royal opera in Stockholm between 1773 and 1792
Christine Fischer (Schola Cantorum Basiliensis, Svizzera)
The Dresden vestiaria as sources for opera seria performances
Rosana Marreco Brescia (Universita Nova di Libona, Portogallo)
I Teatri d’El Rey: l'importazione dei costumi per le opere serie realizzate nei teatri regi durante il regno di Giuseppe I del Portogallo
12.30-14.30 Lunch
14.30-16.00
19th-CENTURY ITALIAN OPERA
Chair:Donatella Gavrilovich (Università di Roma “Tor Vergata”,Italia)
Bruna Niccoli (Università di Pisa, Italia)
Vestire l’opera nell’Ottocento: il costume d’arte italiano nel confronto europeo
Hilary Poriss (Northeastern University, Boston, USA)
“Pauline Viardot’s Sartorial Splendor”
Dario De Cicco (Conservatorio Statale di Musica”Giuseppe Verdi” di Torino, Italia)
Ideali costumistici verdiani? Riflessioni e analisi attraverso i suoi scritti
16.00-16.30 Coffee break
16.30-17.30
19th-CENTURY ITALIAN OPERA
Chair:Dontaella Gavrilovich (Università di Roma “Tor Vergata”,Italia)
Paola De Simone – Nicolò Maccavino (Conservatorio “G.B. Pergolesi" di Fermo - Conservatorio "F. Cilea" di Reggio Calabria, Italia)
Realtà storica e invenzioni fantastiche per l’Ottocento teatrale napoletano dal Fondo dei figurini del “San Pietro a Majella”
Paolo Giovanni Maione-Francesca Seller (conservatorio "Domenico Cimarosa" di Avellino- Conservatorio "Giuseppe Martucci" di Salerno, Italy)
Il magazzino delle meraviglie. Inventari e regolamenti per i costumi del Teatro di San Carlo nell'Ottocento
17.30-18.00
Lecture-recital: Elisabeth Belgrano (University of Gothenburg, Sweden)
Madness dressed in paradoxes: experimenting inside a costume of a 17th century prima donna
Domenica 1 Aprile/Sunday 1 April,Sala Barbantini
09.30-12.30
LOOKING FORWARD: NEW METHODOLOGIES AND MATERIALS
Chair:Paola Bignami(Università degli Studi di Bologna, Italia)
Veronica Isaac (Victoria & Albert Museum, London, UK)
A new and original ‘aesthetic’ opera: an initial examination of the interplay between music, lyrics and costume in the operettas of W.S.Gilbert (1836-1911) and Arthur Sullivan (1842-1900)
Olga Jesurum (Roma)
Giubbino, corpetto, inquartata...La catalogazione del costume teatrale e la questione del lemmario
Charlotte Ossicini (Università degli Studi di Bologna, Italia)
Costume archives: prospects and methodologies
Dominique Lauvernier (Université de Caen, France)
Restituting costumes for French court operas: from archives to virtual models
Barbara Nestola (Centre de Musique Baroque de Versailles, France)
Costumi e maschere nella prima rappresentazione moderna dell’Egisto o Chi soffre speri di Mazzocchi e Marazzoli
Programma del Convegno
Giovedì 29 Marzo/Thusday 29 March, Sala Barbantini
15.30-17.30
CROSSING BOUNDARIES
Chair: Maria Ida Biggi (Centro Studi per la Ricerca Documentale sul Teatro e il Melodramma Europeo, Fondazione Cini e Università Cà Foscari di Venezia,Italia)
Doretta Davanzo-Poli (Università Ca’ Foscari di Venezia, Italia)
Costumi teatrali barocchi nella religiosità popolare e nei monumenti funebri.
Corinna Tania Gallori (Kunsthistorisches Institut in Florenz, Italia)
Penne a teatro dal Rinascimento a Papageno
Alessio Francesco Marinoni (Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, Italia)
Vestire il divino. Il costume degli “dei” e del “sovraumano” da Monteverdi a Wagner
Helen Greenwald (New England Conservatory of Music, Boston, USA)
Opera as iconography
Venerdì 30 Marzo/Friday 30 March, Sala Barbantini
9.30-11.00
ITALIAN 17th CENTURY COSTUMES
Chair: Isabella Campagnol (Archivio Storico Rubelli,Venezia,Italia)
Christine Jeanneret (Université de Genève, Svizzera)
Emblems, portraits, characters and affects: Costume drawings for Ipermestra (1658)
Maria Paola Ruffino (Conservatore Arti Decorative - Museo Civico d’Arte Antica di Torino, Italia)
I costumi dei balletti alla corte di Torino alla metà del XVII secolo negli album miniati di Tommaso Borgonio
Thessy Schoenholzer Nichols (Polimoda, Firenze, Italia)
A fancy giuppone, doublet from the 17th century, with many lives, one of them being a fancy ball or a theatre dancing outfit
11.00-11.30 Coffee break
11.30-13.30
SCARLATTI’S OPERA
Chair:Valeria De Lucca(University of Southampton,UK)
Anne-Madeleine Goulet (CNRS - École française de Rome, Francia-Italia)
“L’habiti della commedia”: I costumi dell’Arsate di Scarlatti (Roma, Palazzo Orsini, 1683)
Mickaël Bouffard (University of Montreal, Canada)
Re-inventing costume designs for Alessandro Scarlatti’s Il Tigrane (1715) with a historical approach
12.30-14.30 Lunch
COSTUMES IN ROME BETWEEN THE 17th- AND 18th-CENTURIES
Chair:Valeria De Lucca University of Southampton,UK)
Teresa Chirico (Conservatorio “L. Refice” di Frosinone, Italia)
Una “Vesta larga […] tutta piena di merletto d’oro.” Documenti inediti su costumi di rappresentazioni teatrali promosse a Roma dal cardinale Pietro Ottoboni (1689 - 1700)
Michela Berti (Istituto Storico Germanico di Roma, Italia)
Il costume come costruzione del personaggio. Il caso delle feste francesi a Roma nel Settecento
15.30-16.00 Coffee break
16.00-17.30
ENGLISH AND FRENCH MUSICAL THEATRE
Chair:Doretta Davanzo Poli(Università Cà Foscari di Venezia, Italia)
Heather A. Hughes (University of Pennsylvania, USA)
“Masqued” identity at the Stuart court: Isaac Oliver’s portrait of Anne of Denmark in masque costume
Agnieszka Żukowska (University of Gdansk, Poland)
“Visards like stars”: Costume as scenery in the Stuart Court Masque
ohn S. Powell (University of Tulsa, USA)
Henry Gissey’s costumes for Psyché (1671)
Sabato 31 Marzo/Saturday 31 March, Sala Barbantini
9.30-10.30
18th-CENTURY ITALIAN OPERA
Chair:Helen Greenwald(New England Conservatory,Boston,USA)
Takashi Yamada (Osaka University, Japan)
La “cantina” dei costumi per le commedie napoletane del Ferdinando Maria Banci nel 1769
Elsa Martinelli (Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce, Italia)
Nei panni dell’eroe: costumi e protagonisti di due drammi per musica dati a Firenze nel 1760
10.30-11.00 Coffee break
11.00-12.30
OPERA SERIA IN EUROPE
Chair:Helen Greenwald (New England Conservatory,Boston,USA)
Marianne Tråvén (Uppsala University, Sweden)
The inventory after Gustav III as a source to the work of the costume work shop of the royal opera in Stockholm between 1773 and 1792
Christine Fischer (Schola Cantorum Basiliensis, Svizzera)
The Dresden vestiaria as sources for opera seria performances
Rosana Marreco Brescia (Universita Nova di Libona, Portogallo)
I Teatri d’El Rey: l'importazione dei costumi per le opere serie realizzate nei teatri regi durante il regno di Giuseppe I del Portogallo
12.30-14.30 Lunch
14.30-16.00
19th-CENTURY ITALIAN OPERA
Chair:Donatella Gavrilovich (Università di Roma “Tor Vergata”,Italia)
Bruna Niccoli (Università di Pisa, Italia)
Vestire l’opera nell’Ottocento: il costume d’arte italiano nel confronto europeo
Hilary Poriss (Northeastern University, Boston, USA)
“Pauline Viardot’s Sartorial Splendor”
Dario De Cicco (Conservatorio Statale di Musica”Giuseppe Verdi” di Torino, Italia)
Ideali costumistici verdiani? Riflessioni e analisi attraverso i suoi scritti
16.00-16.30 Coffee break
16.30-17.30
19th-CENTURY ITALIAN OPERA
Chair:Dontaella Gavrilovich (Università di Roma “Tor Vergata”,Italia)
Paola De Simone – Nicolò Maccavino (Conservatorio “G.B. Pergolesi" di Fermo - Conservatorio "F. Cilea" di Reggio Calabria, Italia)
Realtà storica e invenzioni fantastiche per l’Ottocento teatrale napoletano dal Fondo dei figurini del “San Pietro a Majella”
Paolo Giovanni Maione-Francesca Seller (conservatorio "Domenico Cimarosa" di Avellino- Conservatorio "Giuseppe Martucci" di Salerno, Italy)
Il magazzino delle meraviglie. Inventari e regolamenti per i costumi del Teatro di San Carlo nell'Ottocento
17.30-18.00
Lecture-recital: Elisabeth Belgrano (University of Gothenburg, Sweden)
Madness dressed in paradoxes: experimenting inside a costume of a 17th century prima donna
Domenica 1 Aprile/Sunday 1 April,Sala Barbantini
09.30-12.30
LOOKING FORWARD: NEW METHODOLOGIES AND MATERIALS
Chair:Paola Bignami(Università degli Studi di Bologna, Italia)
Veronica Isaac (Victoria & Albert Museum, London, UK)
A new and original ‘aesthetic’ opera: an initial examination of the interplay between music, lyrics and costume in the operettas of W.S.Gilbert (1836-1911) and Arthur Sullivan (1842-1900)
Olga Jesurum (Roma)
Giubbino, corpetto, inquartata...La catalogazione del costume teatrale e la questione del lemmario
Charlotte Ossicini (Università degli Studi di Bologna, Italia)
Costume archives: prospects and methodologies
Dominique Lauvernier (Université de Caen, France)
Restituting costumes for French court operas: from archives to virtual models
Barbara Nestola (Centre de Musique Baroque de Versailles, France)
Costumi e maschere nella prima rappresentazione moderna dell’Egisto o Chi soffre speri di Mazzocchi e Marazzoli
13 febbraio 2012
SIDE OUT – artisti per casa?
SIDE OUT – artisti per casa? è frutto di un’idea sviluppata nell’autunno 2011 e nata dalla curiosità di un gruppo di giovani operatori culturali (ufficioprogettismarriti) verso il panorama della creatività spontanea presente sul territorio bolognese.
SIDE OUT – artisti per casa? è un progetto rivolto agli abitanti della città, di qualsiasi età, provenienza e cultura, che si dedicano ad attività creative pur non avendo mai intrapreso un percorso di formazione artistica tradizionale.
Sulla scorta di analoghe proposte realizzate all’estero, l’obiettivo dell’iniziativa è proprio quello di sondare e portare avanti una ricognizione, il più accurata possibile, delle attività artistiche autonome e sommerse che hanno luogo sul territorio.
SIDE OUT – artisti per casa? si configura come un appello alla partecipazione spontanea dei cittadini ai quali viene chiesto di presentare le proprie creazioni, siano esse opere di disegno, pittura, ricamo, congegni fantastici e quant’altro sia stato ispirato dal loro estro.
La peculiarità di SIDE OUT – artisti per casa? è l'intento di scoperta di prodotti artistici realizzati negli anni dagli abitanti di Bologna nella sfera domestica; oggetto di interesse saranno quindi tutte le produzioni spontanee, non influenzate da input provenienti dalla sfera "alta" della cultura, ma da rielaborazioni personali della cultura locale.
E’ noto tuttavia che di sovente, chi si dedica ad attività artistiche senza intenti professionali, sottovaluta o ignora la valenza artistica dei propri lavori.
A metà del secolo scorso, l’artista e teorico Jean Dubuffet ha inaugurato un ampio filone di studi su tale argomento, ampliato in seguito da altri critici del settore, sia nella cultura anglosassone sia nel panorama contemporaneo italiano.
Queste ricerche hanno dimostrato che, sebbene afferenti alla sfera del privato, le composizioni “amatoriali” o eseguite da personaggi autodidatti – identificate nel loro complesso con il termine Outsider Art o Arte Irregolare – grazie ad un utilizzo non convenzionale dei codici culturali, mostrano i caratteri di una creatività innovativa e realmente interessante.
L’iniziativa non ha scopo di lucro e gli organizzatori non terranno in consegna le opere presentate, ma le fotograferanno e prenderanno contatti con gli autori allo scopo di continuare la ricerca che all’estero ha dimostrato la presenza di un notevole fermento artistico tra le fila di una creatività spontanea e sommersa.
info:sideout-artistipercasa
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