Scienziati recitano Scienziati
“L’Aureola: Newton, Huygens e la Natura della Luce”
opera teatrale in un atto
testo originale Stefano Ossicini
drammaturgia e regia Associazione Teatro dell’Otium
interpreti: Matteo Bertocchi, Franca Manghi, Stefano Ossicini
Londra, 1689. Due grandi scienziati si sfidano in una partita senza esclusioni di colpi, scientifici e personali, sulla natura della luce: sono l’olandese Christiaan Huygens, inventore dell’orologio a pendolo e scopritore degli anelli di Saturno, e l’inglese Isaac Newton, autore della teoria della gravitazione universale. Un terzo personaggio, la Fama, è l’arbitro della situazione. Grazie a lei sapremo com’è andata a finire, oltre il limite della vita dei due protagonisti, una delle dispute più appassionanti della storia della scienza.
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14 maggio 2015
24 febbraio 2012
"Uno Iago di Troppo" Liberamente tratto da "Otello" di William Shakespeare
Studio Laboratorio condotto da Paolo Fronticelli
con:
Lia Bruna
Alessia Cingolani
Caterina Ciufegni
Giulia Cosentino
Chiara Filippone
Francesca Greco
Camilla Marchesini
Letizia Merli
giovedì 1 e venerdì 2 marzo 2012
ore 20.30
℅ SPAZIOBARNUM - via de’ pepoli 8/b - Bologna
ingresso gratuito con tessera dell’associazione
11 dicembre 2011
Non ho nulla da rimproverarmi- Stoccolma e dintorni 1911 sarà pubblicato da Scienza Express Edizioni

Non ho nulla da rimproverarmi-Stoccolma e dintorni 1911 sarà pubblicato da Scienza Express Edizioni
Pagina Facebook di Scienza Express Edizioni
Video di Non ho nulla da rimproverarmi - Stoccolma e dintorni 1911
24 novembre 2011
@Spazio Barnum - Punti di vista (Un viaggio attraverso i sensi)

L’ Associazione “Skenè, Arti Teatrali”
presenta
Punti di vista
(Un viaggio attraverso i sensi)
Con:
Ramona Piccinini, Gea Zoda, Daniela Ascari,
Antonella Ferraguti, Davide Giannatempo.
27 novembre 2011
ingresso su prenotazione
ogni 10 minuti dalle 17,00 alle 21,00
presso Spazio Barnum,
Via De’Pepoli 8/b
Per prenotazioni: 3281934858
Si consigliano calzini caldi
Il viaggio prende forma attraverso l’allestimento di percorsi e installazioni sensoriali. La drammaturgia sensoriale è lo strumento di questa poetica e concentra la ricerca sul linguaggio dell’oscurità e del silenzio. E’ collegata naturalmente all’idea del viaggio interiore verso la riscoperta della memoria ancestrale, patrimonio comune d’ogni uomo. Si fonda sul risveglio dei sensi dell’uomo, spesso dimenticati. Chi fruisce di questa particolare esperienza assume così l'essenza del viaggiatore. Ogni viaggio, intrapreso in solitudine, sarà diverso dall’altro perché agito da ogni singolo spettatore che sperimenterà il proprio percorso individuale.
Lo spettacolo si articola in un percorso a tappe. Ogni tappa esplora, un aspetto del mondo dell’eccesso: l’erotismo, la sindrome di Peter Pan, la solitudine, il sadismo, la magia ascetica. Il pubblico viene condotto nella narrazione attraverso le suggestioni di un senso preponderante e privo della vista. Di stazione in stazione saranno diversi gli stimoli, e così si susseguiranno via via atmosfere magiche, giocose, orrorifiche, nostalgiche, impalpabili.
Chiara Pelliccioni
Paolo Fronticelli
Associazione “Skenè, Arti Teatrali”
11 ottobre 2011
L'associazione Teatro dell'Otium si trasferisce allo Spazio Barnum!

L'associazione Teatro dell'Otium si trasferisce allo Spazio Barnum, in via de' Pepoli 8/b, Bologna.
Spazio Barnum
14 giugno 2011
@ Bellezza Orsini ,16 giugno 2011 _ Il Teatro della Beffa presenta ESCURIALE - liberamente tratto dall’omonima pièce di Michel de Ghelderode

ESCURIALE
liberamente tratto dall’omonima pièce di Michel de Ghelderode
Orchestrazione: Yuri Dini.
Alessio Berre: Violino, Analogie, Kazoo e Voce narrante.
Yuri Dini: Voci, Bouzoukaki, Campanaccio, Diamonica e Danze.
Durata: circa 50 minuti
ingresso 5 euro
info: bellezzaorsini@gmail.com
3927159946
Questo spettacolo, liberamente tratto dall’omonima pièce di Michel de Ghelderode, costituisce l’ultimo sforzo della Compagnia. La trama che lo scrittore belga tesse in questo atto unico è semplice e potente: un re, fra le mura del suo palazzo, è ossessionato dal continuo latrare dei cani (a cui fan eco le campane), irrequieti per la morte che aleggia, tutto pervade e, in un paradossale immobilismo, sembra non volersene andare. La regina, grande figura che nella sua assenza muove l’intero dramma, si sta spegnendo. Lungi dall’idea di prostrarsi dinanzi all’imminente lutto, il re si dibatte, cinicamente, per trovare al fondo di tanta miserabile angoscia un risata viscerale che spazzi via ogni angustia. Invoca l’aiuto di Folial, il geniale buffone di corte, spirito fiammingo dall’umore nero e macabro, unico compagno possibile per un re con siffatti gusti…ma questi è triste, stanco, e l’impresa d’estorcergli una battuta, un motto di spirito, si rivela profondamente fallimentare. Profondamente, appunto, poiché nel vertiginoso contorcersi dell’azione, ricca di travestimenti, scambi di ruoli, parole e segreti indicibili, una nuova realtà va a fondare con toni cupi e deliranti la suddetta cornice.
Si svela il retroscena d’un re, incarnazione del potere, che l’Amore non si degnò mai di sfiorare; Incoronato, certo, ma costretto a violare ogni notte il corpo della femminilità regina che non può offrirgli che il suo muto disprezzo…mentre la sua intimità, incantevole fiore, schiude in una notte irrequieta all’ombrosa umanità del buffone.
La Compagnia si è posta dinanzi a tale intreccio con una sorta di preventivo distacco, tutt’altro che brechtiano. Essenziale innanzitutto respirarne la strutturale potenza, le sue contraddizioni e Crudeltà, incarnate nelle due figure, imperfette, del re e del buffone.
Lontani da ogni tentativo di immedesimazione psicologica, queste sono state concepite come maschere, e come tali indossate, in un movimento d’affermazione e metamorfosi che oscilla fra disgregazione ed incanto.
Specifiche tecniche: forti di un percorso nell’orizzonte della site specific performance la Compagnia tenta di adattare il nucleo del presente spettacolo ai luoghi che di volta in volta la ospitano. Escuriale dunque si presenta tanto nella veste della lettura-concerto (in cui ad una scena scarna corrisponde il potere evocativo della musica e della parola) quanto in una versione arricchita dalla presenza di altre figure (coro di danzatrici) e linguaggi (una scenografia costruita con materiali di scarto, spettrografie e giochi di luci ed ombre).
Teatro della Beffa
Il Teatro Della Beffa è una compagnia indipendente che nasce nel 2006 fra Bologna e Firenze costituendosi attorno alla ricerca su tre nuclei fondamentali: il corpo, la musica e la parola.
Ponendosi già dai primi passi in alternativa ai circuiti di rappresentazione maggioritari si è presto imbattuta nell’arduo compito di crearsi un’estetica originale appoggiandosi su un numero di precedenti storici esiguo ma importante.
Primo fra tutti Antonin Artaud, con la sua poetica della Crudeltà ed il grido nato dalle sue carni martorizzate contro la massificazione, l’appiattimento e la miseria del vivere moderno.
Sensibili alla direzione verticale da questi magistralmente impartita ad un certo tipo di teatro di ricerca si è posto in atto un percorso di studio dei singoli linguaggi summenzionati.
Per quanto riguarda il Corpo, dopo un approccio iniziale improntato allo studio del mimo attraverso i metodi di Lecoq e Decroux, è avvenuta una netta sintonizzazione sulle frequenze della Danza Butoh. Questa, che ancora costituisce un riferimento fondamentale, si è poi arricchita della pratica di discipline energetiche quali lo Yoga, il Tai Chi e Chi Gong.
La Musica, il cui interesse precede e fonda quello per il teatro, è stata praticata negli anni seguendo molteplici suggestioni; ne offro un breve elenco: Noise, Post-rock, Improvvisazione radicale tanto con strumenti tradizionali del Mediterraneo quanto con oggetti di uso domestico e rifiuti (filtrati da processori analogici e digitali). La totalità degli spettacoli e delle performance che la compagnia ha messo in scena si è avvalsa della composizione di musiche originali.
Infine la Parola, al cui contagioso incanto siamo stati iniziati da Carmelo Bene, è stata da sempre indagata per il suo potere evocativo, cercata nelle sue risonanze intime e fisiologiche, come parola poetica.
Questi elementi, talvolta integrati con videoproiezioni e con fasi di costruzione coreografate di elementi scenici, si è sempre cercato di orchestrarli organicamente in modo da offrire allo spettatore un’Esperienza vissuta della realtà pregnante che la moderna quotidianità s’adopera sistematicamente a celare.
Contatti: ilteatrodellabeffa@gmail.com
21 maggio 2011
@ Teatro Cittadella, Modena, 10 giugno 2011 _ Non ho nulla da rimproverarmi


Nell'ambito di FareFisica 2011 - College Estivo di Fisica della
Materia e del Progetto Lauree Scientifiche - sede di Modena.
www.physicscom.unimore.it
verrà rappresentato
Venerdì 10 Giugno
alle ore 21.00
presso il Teatro Cittadella, Piazza Cittadella 11, Modena
Non ho nulla da rimproverarami
Stoccolma e dintorni 1911
di Stefano Ossicini
regia di Niccolò Baldari e Charlotte Ossicini
con
Sara Bucci (Barbara Ayrton)
Cristiana Raggi (Marie Curie)
Charlotte Ossicini (Hertha Ayrton)
Viviana Piccolo (Irène Curie)
arredi di scena: Aldina Gozzi
foto e video editing: Flavio Romualdo Garofano
macchine: Carlo Poggioli
1911, Parigi, Marie Curie, accusata per la storia d'amore con il fisico Paul Langevin, è costretta a fuggire e a nascondersi. Sta per essere espulsa dalla Francia e il suo secondo premio Nobel è a rischio. Le viene chiesto di rinunciare. Resisterà, assieme alla figlia Irène, e andrà a Stoccolma a ritirare il premio, per poi rifugiarsi a Londra dalla sua migliore amica, la scienziata Hertha Ayrton, dirigente del movimento delle suffragette, allora nel suo momento più caldo.
Una storia vera, dove si mescolano personale, amore per la ricerca e impegno sociale.
Per prenotarti clicca qui e segui le istruzioni:
https://spreadsheets.google.com/viewform?formkey=dFJxMWp2NXJFM0tIeG5yWlNydDlTakE6MQ
Se vuoi prenotare inserisci il tuo nome e per quante persone vuoi prenotare
alla voce
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e poi
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12 maggio 2011
@Bellezza Orsini - mercoledì 18 maggio 2011_ Teatro della Rabbia presenta "Altrove", Spettacolo itinerante da "Le città invisibili" di Calvino

ALTROVE
Spettacolo itinerante da "Le città invisibili" di Calvino.
Con Valentina Palmieri e Nicola Fabbri. Musiche originali di Roberto Passuti. Regia di Francesca Migliore.
"Che cos'è oggi la città per noi? Penso di aver scritto qualcosa come un ultimo poema d'amore alle città, nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come città. "
Italo Calvino
Il viaggiatore torna e riparte in continuazione, e racconta delle città che ha... visto. Tutte queste città sono luoghi possibili ma anche inventati, spazi onirici dove la realtà e la fantasia si confondono, dove si incontrano persone perdute da anni, dove si stringono alleanze e si tentano scommesse sulla propria esistenza. L'altrove è un luogo che i tre personaggi, quelli a cui viene raccontato il viaggio, provano a immaginare, e spesso la loro fantasia raggiunge questi luoghi e li trasforma, rendendoli vicini e abitabili. Uno spettacolo tutto incentrato sullo sguardo affascinato sulle cose, tra ironia, malinconia e leggerezza. Lo spettatore viene catturato dal mondo stupito e curioso dei personaggi, si identifica con loro, sente proprie le loro esperienze e si trasforma. Mai nessun viaggio se non questo ha potuto dimostrare che «tutto ciò che è qui è altrove; e tutto ciò che non è qui non è da nessuna parte».
-- Posti limitati Si consiglia la prenotazione inviando un sms al 3397746956 (fino a un’ora prima dello spettacolo) oppure una e-mail a ilteatrodellarabbia@libero.it entro la mezzanotte del giorno precedente.
03 maggio 2011
L'attentatrice - al di là del muro di tutte le discordie

Le associazioni culturali "Libri e dintorni" e "Rancurarte" presentano
L'attentatrice - al di là del muro di tutte le discordie
spettacolo teatrale con
Debora Pometti
Valeria Vicentini
Francesco Ferrari
7 e 8 maggio ore 21.00
ingresso: 5 euro
causa posti limitati si raccomanda la prenotazione
cell. 392 7159946 email: bellezzaorsini@gmail.com
“Qualcuno si è fatto esplodere in un ristorante, ci sono molti morti e
numerosi feriti”, è stata una strage: confusione e superlavoro
all’ospedale dove si opera senza sosta, senza neppure il tempo di
provare pietà.
La voce narrante è del dottor Amin Jaafari, un medico arabo
naturalizzato israeliano che vive e lavora a Tel Aviv. Dopo ore
interminabili passate in sala operatoria, ritorna a casa per essere
risvegliato da una telefonata, e tornare in ospedale subito: sua
moglie è morta nell’attentato. E’ necessario riconoscerla … E’ forse
lei l’attentatrice? Amin Jaafari va in pezzi, tutta la sua vita si
sgretola, quello per cui ha lottato perde significato, oppure lui è
incapace di ritrovarne il senso. Una duplice sofferenza, quella di chi
è stato deprivato dell’identità costruita con fatica negli anni e
quella del marito e amante che ha perso fisicamente la sua donna e
dubita anche di averla mai conosciuta. Chi era Sihem? Chi o che cosa
avrebbe potuto spingerla ad avvicinarsi al movimento estremista? Amin
Jaafari è ferito nell’orgoglio, si sente tradito -per una causa? per
un amante?- e inizia il viaggio. Viaggio verso Betlemme, Nazareth e
Jenin, dove si annidano i terroristi e viaggio nel mondo a cui
apparteneva una volta e da cui si è allontanato, credendo che
l’integrazione fosse la soluzone. Un ritorno alla terra e alla casa
della sua famiglia, per cercare di capire. Lui che è un medico e che
ha scelto di dedicare la sua vita a salvare la vita altrui, può
ammettere una lotta che distrugge la vita indiscriminatamente? Un
personaggio raccontato a tre voci e la sfida di narrare una storia
sempre accesa e piena di contraddizioni che attraversa ancora il
nostro secolo.
Ass. "Libri e dintorni" e "Rancurarte"
10 aprile 2011
@ Spazio Bellezza Orsini mercoledì 13 aprile · 21.00 - Rosa di ghiaccio, Ricordi di Romy Schneider

Rosa di ghiaccio Ricordi di Romy Schneider spettacolo di prosa e canzoni
Con Fabiola Ricci e Nicola Fabbri
Voci recitanti Nicola Fabbri, Fabio Farnè, Anita Giovannini,
Antonio Koch, Edoardo Migliore, Valentina Palmieri, Fabiola Ricci
Contributi audio nei filmati, arrangiamento basi Riccardo Nanni
Regia e musiche originali video Roberto Passuti
Regia Teatrale Francesca Migliore
Cosa sappiamo di Romy Schneider? I giornali ci hanno svelato la sua vita in technicolor: un' infanzia dorata, gli esordi scintillanti in Sissi, la tumultuosa storia d'amore con Alain Delon, la tragica morte del figlio... Tuttavia gli innumerevoli volti di Romy sembrano raccontare un'altra storia. Cominciata molto giovane la carriera cinematografica, il suo più grande successo fu senza ombra di dubbio la trilogia, popolarissima ancora oggi, di Sissi. Per milioni di spettatori nel mondo Romy e Sissi non sono altro che la stessa persona. Ma se i destini singolari di queste due donne presentano delle inquietanti somiglianze, Romy trascorrerà tutta la vita in fuga da questo ingombrante ruolo di giovinezza. La sua passione per Alain Delon precipita il suo volo incerto verso Parigi, da dove partirà un percorso artistico di rilievo, con registi del calibro di Visconti, Deray, Sautet, Welles, Preminger, mentre la sua vita privata inanellerà delusioni e fallimenti. Prendendo le mosse dalla biografia di Romy Schneider, questo spettacolo si propone di tratteggiarne un ritratto completo e ricco di sfumature attraverso brani di film recitati dal vivo, montaggi video, canzoni in francese e tedesco. Un vero omaggio ad un'attrice che l'anno scorso avrebbe compiuto settant'anni se un tragico destino non l'avesse trascinata lontano da se stessa e dal suo pubblico.
Teatro della Rabbia
www.teatrodellarabbia.com
14 marzo 2011
Distruzione, lei disse - da un racconto a tema lesbico di Violette Leduc

mercoledì 16 marzo ore 21.00
Bellezza Orsini
Piazza di Porta Mascarella 2 (di fronte al parcheggio, dal lato opposto alla farmacia all’inizio di Via Mascarella)
Teatro della Rabbia presenta
Distruzione, lei disse - da un racconto a tema lesbico di Violette Leduc
con Valentina Palmieri e Sara Ottavia Carolei
Musiche originali Roberto Passuti
Regia Francesca Migliore
Posti limitati Si consiglia la prenotazione inviando un sms al 3397746956 (fino a un’ora prima dello spettacolo) oppure una e-mail a ilteatrodellarabbia@libero.it entro la mezzanotte del giorno precedente.
Ingresso 7€ (+ 1 € tessera otiumteatro)
Questo spettacolo è ispirato al racconto Thérèse et Isabelle, della scrittrice francese Violette Leduc, nata del 1907 in Francia. Scrittrice straordinaria e dallo stile singolare e visionario, ricco di immagini metaforiche di grande originalità poetica, non riconducibile ad alcuna corrente letteraria, ebbe una vita tormentata, piena di sofferenze angosciose, di odio, di emarginazione, di narcisismo e di solitudine. Il racconto che vi proponiamo nasce da un’esperienza autobiografica dell’autrice, che all’età di diciotto anni conobbe in collegio una coetanea, Isabelle, che le ispirò un’inattesa e bruciante passione. Isabelle fu la rivelazione del piacere, la scoperta dell’altro, il ritorno alla dolcezza del ventre materno. L’impossibilità di consumare fino in fondo l’incontro a causa del perbenismo dell’epoca, portò l’autrice a rivivere incessantemente negli anni il ricordo di questa relazione, fino a scegliere di condividerlo con i suoi lettori.
La regia ha voluto rendere il ritmo spasmodico della scrittura della Leduc, passando attraverso un ibrido performativo intessuto di suggestioni di danza moderna e di arti marziali. Dalla lettura scaturiscono via via immagini musicali, sensoriali e fisiche che danno corpo alla ricca compagine di metafore e visioni che con il racconto prendono vita.
01 marzo 2011

Il cavaliere di Seingalt
...
liberamente tratto da "Il ritorno di Casanova" di A.Schnitzler
con Giancarlo Romoli
regia
Charlotte Ossicini
Niccolò Baldari
durata: 50 minuti
"[...] Casanova, da tempo non più spinto a vagare per il mondo dal giovanile piacere dell'avventura, ma dall'inquietudine dell'avanzata vecchiaia, fu preso da una così intensa nostalgia per la sua città natale, Venezia, che cominciò a girarle intorno simile a un uccello che vien giù a morire calando da libere altezze in sempre più strette volute..."
"Il ritorno di Casanova" (1918) di Arthur Schnitzler è un romanzo breve, di profonda introspezione psicologica. Casanova giunto alla vecchiaia si ritrova a vivere la definitiva condanna dello scorrere del tempo, quando la psiche tende a chiudersi in se stessa in una claustrofobica coazione a ripetere. Prende forma un doppio nel quale non ci si vuole riconoscere, ma non potendo accettare serenamente la propria condizione, non può esserci altra risposta se non l’inganno, il sotterfugio, il macchiettistico negare ciò che si è diventati. Una tragedia dell’oggi, quanto mai attuale, in una società governata da individui incapaci di mettersi da parte.




Zenit-Azioni - 5 x 8 = 24 I CONTI NON TORNANO

Associazione Culturale Zenit-Azioni per la Ricerca Teatrale
5 x 8 = 24 I CONTI NON TORNANO
Con Mariagrazia Bazzicalupo, Maurizio Pezzoli, Cinzia Pietribiasi
Musiche: Emanuele Girotti (chitarra elettrica), Lorenzo De Boni (didgeridoo)
Creazione collettiva Zenit-Azioni
durata: 30 minuti
Lo spazio scenico come scatola-contenitore: un’allusione simbolica alla sala da gioco nella quale gli spettatori sono invitati ad entrare attraverso una piccola e stretta porta (la porticina di Alice?).
Ad ogni spettatore-giocatore verrà consegnata una carta da gioco: il biglietto d’ingresso ma anche una fiche per tentare la fortuna.
All’interno della scatola solamente pareti bianche, cornici nere e prive del quadro pittorico e un uomo dal volto mascherato che gioca il suo solitario, tutto assorto a non commettere errori.. ma i conti non tornano.. il gioco non può essere continuato.
Ad impedirglielo due presenze femminili che dialogano inutilmente con lui: una donna che tenta di tirare le somme della sua triste esistenza e il suo spettro inquietante che condivide con il pubblico l’intima riflessione sul tempo che passa inesorabile, mentre si vorrebbe fermarlo in un istante illusorio di felicità.
Ma tutto ciò non è possibile: i conti non tornano. Il solitario nuovamente rimane incompleto e gli spettatori non possono far altro che tentare di collocare le loro carte al posto giusto..ma forse non sapranno mai se il gioco verrà concluso.
La performance è nata in occasione della Giornata del Contemporaneo 2010 ed ha visto il suo debutto nel piccolo spazio espositivo bolognese “La Pillola”.
Note sulla compagnia
Zenit-Azioni nasce a Bologna nel 2008 su iniziativa di Emanuele Girotti e Cinzia Pietribiasi, e raggiunge la Tappa di Selezione del Premio Scenario 2009 col progetto Supernova. Nel 2009 si unisce Mariagrazia Bazzicalupo e viene fondata l’Associazione Culturale “Zenit-Azioni per la Ricerca Teatrale”. I primi lavori del gruppo sono studi performativi volti alla ricerca di un linguaggio originale: Tempo zero, luglio 2009, (sperimentazione di azioni fisiche) rappresentato in occasione del Festival Santarcangelo Dei Teatri 39 e replicato a Bologna; Tempo infinito, settembre 2009, (sperimentazione sul linguaggio del clown) rappresentato in occasione della Notte della Cultura di Cesena e replicato a Bologna. Questi primi due lavori confluiscono tra il 2009 e il 2010 nello spettacolo teatrale Futuro Interiore, rappresentato a Bologna presso La Pillola 400, lo Spazio Sì del Teatro San Leonardo, lo spazio De Forma By Art.
Nel 2010 viene elaborata la performance/reading Tua madre. Che è Naomi, (liberamente ispirata al “Kaddish” di A. Ginsberg) rappresentata al Teatro Polivalente Occupato e presso la Libreria Modo Info Shop di Bologna, oltre che in vari locali della città; la performance site specific Vier Akte, (sperimentazione fisica con l’uso di maschere deformanti in silicone appositamente create sui lineamenti del volto degli interpreti) rappresentata nel mese di luglio a Bologna presso il “Teatro più piccolo del mondo” dell’Osteria Ravintola e in occasione del Festival Santarcangelo Dei Teatri 40; la performance site specific 5X8=24 I conti non tornano, in collaborazione con La Pillola 400, (una riflessione sul quotidiano e sulla sua assurdità) ideata in occasione della Giornata del Contemporaneo 2010; le performances Open Action parte I e parte II (una riflessione attraverso il corpo e il video sul design) appositamente create per Open Design Italia, manifestazione di design tuttora in corso tra Bologna e Modena (Open Action parte I ha visto il debutto il 22 ottobre 2010 presso Le Torri dell’Acqua di Budrio; Open Action parte II il 20 novembre presso il Foro Boario di Modena in occasione della premiazione dei designers finalisti).
Attualmente il gruppo segue due direzioni di ricerca: la performance site specific e lo spettacolo inteso in senso più tradizionale, con un organico aperto a continui scambi e collaborazioni con musicisti ed artisti visivi, nonché con attori di diversa formazione teatrale.
Per contatti: zenit.azioni@gmail.com
15 novembre 2010
Il Raccontaio Fantasia italo-campana di Luca Rossi

Bellezza Orsini
Mura di Pta Galliera 2
Bologna, Italy
27 e 28 novembre 2010 ore 21 Ingresso 6 €
Posti limitati - si consiglia la prenotazione al 3383012252
oppure inviando una mail a bellezzaorsini@gmail.com
"Beh, come vi dicevo
io sono un Raccontaio
e questo mio lavoro è
per certi versi un guaio.
Molte volte all’improvviso
e quando meno me l’aspetto
sento le cose e gli animali
che mi parlano in dialetto!
Mi raccontano di loro
delle loro frustrazioni
di certe strane aspirazioni
e delle loro delusioni.
Allora io con pazienza
mi soffermo ad ascoltare
fin tanto che l’oggetto
non la smette di parlare…
Oggetti animati, animali parlanti... Le fantastiche "poestorie" di Luca Rossi, pensate e scritte per la performance, come nelle favole di Lafontaine non si limitano a raccontare storie in versi, ma ci offrono una lente acuta e dissacrante per guardare da molto vicino ciò che più ci è familiare, e imparare una lezione".
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Luca Rossi (Caserta, 1984): Scrittore e poeta, è autore per il teatro e percussionista specializzato nei tamburi a cornice dell’area del Mediterraneo. Ha seguito studi accademici in etnomusicologia al DAMS di Bologna e collabora con numerosi artisti italiani e stranieri (tra questi, Marcello Colasurdo, Abdelli, Miguel Gil, Benham Samani, Kelvin Sholar) e con produzioni e compagnie di teatro-danza (Taranta Power, Centro Nazionale Teatro, Tambours du Méditerrannée, Teriaca, Banda di Piazza Caricamento, Orchestra Popolare Casertana). Insegna tecniche e stili dei tamburi a cornice per l’associazione Danzemeticce e presso il centro culturale Zonarelli di Bologna e l’Accademia dell’Arte di Arezzo. E' endorser per il marchio “Musiqua framedrums” (www.doorart.it). Ha partecipato a diversi festival nazionali e internazionali. Fondatore del gruppo Cathartica, ha vinto la prima edizione del Festival di musica etnica “Terre in Moto”, incidendo il suo primo disco, Purkiakos.
http://www.editricezona.it
13 novembre 2009
Utili Idioti _ Bologna 2 agosto 1980
BOLOGNA 2 AGOSTO 1980
di
Giovanni de Leva
Niccolò Baldari
Regia:
Niccolò Baldari
Charlotte Ossicini
Musiche:
Umberto Cavalli
Alice Restani
Con:
Sara Bucci
Francesca Nipoti
Charlotte Ossicini
“Abbiamo bisogno di Utili Idioti che si agitino”. Tale proposito emerse nel corso del convegno organizzato a Roma dall’Istituto Pollio nel 1965, all’interno del quale prese corpo quella strategia della tensione che lega, come un filo rosso, le stragi di Piazza Fontana, di Peteano, di Piazza della Loggia, dell’Italicus e della stazione di Bologna. Da questa frase il titolo dello spettacolo che tenta di chiarire il retroscena della strage del 2 agosto, di svelarne burattini e burattinai. Noi crediamo che il Teatro possa divenire memoria storica, purché ricorra a documenti validi. Per la stesura di Utili idioti si è fatto riferimento, oltre agli atti del convegno Pollio, ad un’informativa della polizia pistoiese del 1948 su Licio Gelli, a “La nostra azione politica”, programma sequestrato a Lisbona nel 1974 e considerato uno dei più autorevoli manifesti della destra eversiva, agli atti del processo della Corte d’Assise di Bologna e a quelli della commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia P2. Documenti da cui emerge la collusione tra circoli atlantici, neofascisti, servizi segreti e P2, congiunti in un potere occulto capace di orientare la vita pubblica nazionale. Lo scopo perseguito era il controllo dei vertici politici e militari, il mezzo adottato il terrore. Lo dimostrano, tra l’altro, le eloquenti affermazioni del manifesto di Lisbona: “Il terrorismo dovrebbe colpire gli aerei, i treni, le strade per paralizzare la circolazione e rinchiudere così le persone a casa” e, più avanti, “Il terrorismo che dirigeremo distruggerà la fiducia nel potere costituito, disorienterà e dividerà, e alla fine ci garantirà l’adesione delle nostre stesse vittime”. Un crescendo di intenti che precipita nell’ultima, definitiva sentenza: “Occorre un’esplosione da cui non escano che i fantasmi”. Come rappresentare la strage di Bologna ed il progetto politico che ne fu all’origine? Tornando innanzitutto a quella stazione, la mattina del 2 agosto 1980. Evocando, in secondo luogo, le voci, una parrucchiera e una signora a sottolineare metaforicamente la trasversalità sociale del fenomeno, che pronuncino gli intenti, i proclami e le direttive del potere occulto. Svolgendo, infine, la trama in cui sono intessute tutte le stragi di stato italiane, attraverso l’incarnazione delle tre Moire: Cloto, Lachesi, Atropo che nella mitologia greca avevano rispettivamente il compito di svolgere il filo delle vicende umane, svelare i nomi ed attribuirne i ruoli, recidere il filo della vita, quale incarnazione del Fato, della morte, della giustizia. Cosicché utili idioti e gran maestri, burattinai e cavalieri escano da dietro le quinte e recitino il proprio ruolo, finalmente, sulla scena.
Quella mattina sono state assassinate 85 persone, ferite 200.
Cinque gradi di giudizio, dal 1987 al 1995, e relative sentenze hanno identificato esecutori e depistatori della strage di Bologna del 2 agosto 1980.
Il 23 novembre 1995 la Corte Suprema di Cassazione ha condannato all’ergastolo come esecutori della strage Valerio Giuseppe Fioravanti e Francesca Mambro, per delitto di calunnia (depistaggio) Licio Gelli, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte. E i mandanti? Nessun mandante.
Perché questo sipario sia infine sollevato e contro l’oblio del tempo è stato scritto Utili Idioti.
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Teatro dell'Otium
Aragon messo alle strette - liberamente tratto da "Au pied du mur" di Louis Aragon
La messinscena de Au pied du mur (Messo alle strette) si presenta come la fase finale di un progetto triennale, iniziato nell’autunno del 2003 con la traduzione originale e la conseguente rivisitazione scenica del breve romanzo di Louis AragonLe con d’Irène (Il sesso di Irene); continuato nel 2004 con la rappresentazione dell’opera drammaturgica L’Armoire a glace en beau soir (L’Armadio a specchio in una bella serata), attraverso il quale il Teatro dell’Otium ha voluto scandagliare i grandi temi dell’opera del grande autore surrealista Louis Aragon[1] quali il rapporto contrastato con l’altro sesso e la visione ancestrale del doppio.
In Irene, liberamente tratto da Il sesso di Irene di Louis Aragon, il linguaggio fortemente erotico e dissacrante, osceno e grottesco de Il sesso di Irene; le tematiche anti - borghesi di numerose letture surrealiste, tra le quali Le lacrime dell’Eros di George Bataille, Il paesano di Parigi di Louis Aragon, Ricerche sulla sessualità a cura di A. Breton; il pensiero post freudiano di Roheim che intravedeva, in ogni più semplice e comune oggetto della nostra vita quotidiana, un simbolo fallico; la più conosciuta testimonianza letteraria di una delusione amorosa quale I dolori del giovane Werther di W. Goehte; l’analisi semiologica di un autore come Roland Barthes che per primo esamina con una violenta lente di ingrandimento i comportamenti spesso puerili e illogici dell’approccio sentimentale ne Frammenti di un discorso amoroso; l’impatto visivo di un graffito proveniente dalla caverna francese di Lascaux, che, riprodotto dalla pittrice Anna Voigt in un quadro, prenderà posto sul palcoscenico e che, secondo Bataille, rappresenta l’idea dell’orgasmo come piccola morte dell’ego maschile; la tradizione folcloristica del valzer e delle mazurche ballate nelle balere come simbolo della sessualità senile, ci hanno permesso di scindere l’io dell’autore in quattro diversi personaggi che sul palcoscenico vivono la propria solitudine gridando le loro insoddisfazioni. Narrano storie basate esclusivamente sul dominio della sessualità che, schiacciata dal comportamento civile ed ipocrita, assurge ad una potenza propria fatta di forte cinismo e, insieme, di grande poeticità.
Attraverso i costumi - installazioni che compongono la scenografia e la recitazione da un lato fortemente neutra ed estraniante, i personaggi acquistano una loro valenza semantica sottolineata dallo stesso accompagnamento musicale.
Prendendo come base il testo di Louis Aragon l’approccio con le musiche è venuto da sé. Immergendosi a fondo nella ripetuta lettura dell’opera si respira già da subito un’aria malsana, sporca, malsanamente romantica. I personaggi - non personaggi presenti ne Il sesso di Irene hanno una loro chiara fisionomia, anch’essa ai limiti della sopportazione, ai limiti del ridicolo e della farsa immaginifica. Abbiamo cercato di dare una voce musicale ad ogni personaggio, una sorta di respiro che li accompagna nella loro breve vita sul palco. Una sorta di impronta di riconoscimento uditivo che li segue, li rincorre e li raggiunge ogni volta che, in scena, prendono la parola.
Abbiamo per un attimo cercato di abbandonare gli stereotipi musicali imposti dall’accademia e dall’orecchio classico, per inoltrarci in qualcosa di più profondo, che vada nell’imo. Sebbene restii ad accettarlo comunemente come strumento musicale in tutto e per tutto, il computer e i vari software musicali di campionamento hanno dato il risultato che ci eravamo prefissati. Partendo da suoni comuni, come chitarre e violini, voci e percussioni, attraverso il supporto tecnologico, lì si sono trasformati, capovolti, offuscati, smembrati e ricomposti, arrivando a qualcosa di nuovo. Il senso globale che dà all’orecchio la musica composta è una sorta di stonatura piacevole, di confusione metodica, di melodia scordata. Abbiamo cercato di far corrispondere le musiche create alla funzione del personaggio, dando ad entrambi un nome e un volto. Essendo, il nostro, un gioco di contrasti ed opposti, si è mirato anche a far cozzare la voluta avanguardia musicale e la sperimentazione in essa congenita con melodie classiche. Le musiche, quindi, saranno intervallate da valzer di dubbia originalità e di facile comprendonio per un orecchio anche non allenato. Inoltre si avvertono, nell’ascolto delle musiche in sottofondo, anche brani dello stesso romanzo, recitati e cantati, trasformati di tono e capovolti, a basso volume, per confondersi con la musica e con la voce viva degli attori come in una specie di prodromo di tempesta che non arriverà.
Nella breve opera L’Armadio a specchio in una bella serata, scritta tra l’autunno del 1922 e l’aprile del 1923 nel Theatre des Champs - Elysees dove Aragon occupava un posto amministrativo, ci troviamo davanti ad un soggetto da vaudeville: il marito, Jules, rientra dopo essere stato in città per affari che lo hanno occupato tutta la giornata. Torna proprio in tempo per trovare la moglie sconvolta, tutta intenta a proteggere un armadio a specchio dentro al quale, sospettiamo, si nasconda l’amante. Tutto è molto classico; ad esserlo meno è la maniera in cui il soggetto è trattato in modo da pervenire ad un vaudeville tragico. Tutta l’azione consisterà da parte di Jules a ritardare l’apertura dell’armadio, mentre sua moglie Eleonore lo induce invece a farla finita, e lo esaspera affermando che lei ha un amante, che non poteva fare altrimenti, come lui non può fare altro che ucciderli ambedue con il martello che ha comprato in città.
A fare da sfondo a questa situazione piccolo borghese, un mondo bizzarro in cui si distinguono una donna semi nuda con il capo coperto da un grande cappello a fiori, un giovane soldato, il presidente della Repubblica seguito dal suo primo generale, due gemelle siamesi, una fata che in una sorta di assurda pantomima rivendicano con forza la loro appartenenza al quotidiano.
L’Armadio a specchio in una bella serata considerato da Béhar [2] l’esempio più perfetto della corrente letteraria dell’assurdo - grottesco si differenzia fortemente, dal punto di vista formale da Il sesso di Irene; l’impianto strutturale è quello del tipico dramma borghese che ha per nucleo il ménage a trois, ma Aragon inserisce un prologo ed un epilogo apparentemente slegati e che contribuiscono a minare dall’interno l’intera struttura. Il dramma che si consuma sul tema del possibile amante nascosto dalla moglie nell’armadio viene esasperato attraverso un linguaggio al limite del nonsenso e da una parodia del parlato borghese. La figura di Eleonore risulta incomprensibile. Gioca sul filo, difende l’apertura dell’armadio continuando a ripetere che all’interno non vi è nessuno. Provoca il marito con una punta di autocompiacimento, rende il clima tra le pareti domestiche invivibile.
Prendendo spunto dalle prime proiezioni cinematografiche senza sonoro e, per tale motivo, accompagnate e commentate dal vivo, la musica utilizzata nella messinscena è rigorosamente acustica e prevede per l’accompagnamento delle sequenze sceniche, l’utilizzo di un pianista in scena.
Se Irene appare come un personaggio archetipo , simbolo di un atteggiamento dominato dal desiderio di concupiscenza, Eleonore è il suo corrispondente piccolo borghese. Nella sua discesa al quotidiano si colora di elementi tragicomici messi in evidenza da una regia di stampo classico. Se in Irene alla traduzione originale dell’opera si sono voluti affiancare con un collage tematico svariati riferimenti letterari, la messinscena dell’Armadio a specchio, anch’essa una traduzione originale, si è basata su una fedeltà maniacale al testo e alle sollecitazioni surrealiste.
Au pied du mur (Messo alle strette), pubblicato nella raccolta Le Libertinage nel 1924, rappresentato per la prima volta il 28 maggio 1925 al Vieux Colombier con la regia e l’allestimento scenico di Antonin Artaud, non cerca la finzione come avveniva ne L’Armadio a specchio in una bella serata; il soggetto, se sene volesse trovare uno, potrebbe essere l’esilio volontario di un amante ma, questo, viene trattato in modo completamente personale da Aragon che, come nell’opera precedente, sconcerta lo spettatore con un prologo apparentemente arbitrario. Appare fin da subito evidente che il dramma a cui si assiste si presenta più sotto forma di un film che come opera di teatro. Più che di scene si dovrebbe parlare di piani, nei quali la luce verrà utilizzata come nel cinema, ponendo l’accento su un volto, su un attore mentre gli altri continuano ad agire nell’ombra.
Se ne L’Armadio a specchio in una bella serata la tematica del doppio, intesa metaforicamente come riflesso del proprio volto su di una superficie specchiante, si è tradotta dal punto di vista scenografico in un interno piccolo borghese appena abbozzato (un attaccapanni, un tavolo e tre sedie e naturalmente l’armadio a specchio) ricoperto da una pellicola adesiva specchiante, nel caso di Messo alle strette lo stesso Aragon suggerisce in didascalia un’immagine poetica: i personaggi vengono improvvisamente proiettati in una sorta di ghiacciaio,
“Non poteva sfuggire al privilegiato spettatore della prima che, poiché il ghiacciaio dove essi si parlano, funge da specchio, l’uno è il riflesso dell’altro, e in definitiva tutti e due sono il riflesso doppio dell’autore che gridava <> e <> [3]
Logicamente non verrà riprodotto il ghiacciaio ma si punterà a ricreare un continuo riverbero di luci e di riflessi sfaccettati attraverso l’utilizzo dei materiali più diversi: da veri e propri specchi a gocce di cristallo a catini pieni d’acqua a vestiti ricoperti di pailettes.La tematica del doppio irrompe anche dal punto di vista recitativo: Irene e Eleonore divengono Melania e Olimpia interpretate dalla stessa attrice; il personaggio maschile, sempre inteso nel corso delle precedenti messinscene come alter ego di Aragon, si scinde in tre personaggi diversi. Due di questi saranno interpretati dallo stesso attore mentre il terzo merita un discorso a parte: si è già molto discusso dell’entrata del personaggio del raisonneur soprattutto dalla fine dell’ottocento, un personaggio che può essere detto il reale nuovo protagonista dell’avanguardia teatrale del primo novecento, il personaggio che specularmente simboleggia sul palcoscenico la nascita della nuova figura del regista. Anche Aragon inserisce qui un raisonneur che egli indica in didascalia con la dicitura di speaker e che si rivolge all’orchestra o alle luci facendo vedere dal vivo la sua egemonia sull’evento teatrale come il dottor Hinkfuss in Questa sera si recita a soggetto scritto tra la fine del 1928 e l’inizio del 1929 da Luigi Pirandello.
Nella nostra regia lo speaker - raisonneur diviene un vero e proprio attore di avanspettacolo, un Petrolini che si mette in bocca il napoletano. I personaggi vincolati al prologo e all’epilogo dell’Armadio a specchio ora irrompono sulla scena nei momenti più inaspettati portando la tematica del doppio su vere e proprie atmosfere meta teatrali.
Lo spettatore che volesse ostinatamente interessarsi ad una storia è costantemente disorientato da intermezzi scenici costruiti talvolta sul genere della farsa: davanti al sipario un uomo accovacciato cerca qualcosa, un altro segue i suoi gesti, cerca di aiutarlo, gli fa delle domande e per tutta risposta riceve un paio di schiaffi. Altre scene del genere guignol hanno permesso a G. Raillard di considerare Aragon come un precursore di Ionesco [4].
Nella messinscena de L’Armadio a specchio in una bella serata era prevista, secondo i dettami del genere vaudeville, una canzone, che, mantenuta nel testo originale in francese e musicata dal nostro compositore, veniva cantata da uno degli attori in scena.
Ne A pied du mur manterremo tale impianto dal momento che nel testo trovano posto tre canzoni.
Se il testo originale di Louis Aragon si componeva di due atti, nella traduzione e nella riduzione per la rappresentazione scenica si presenta come un atto unico all’interno del quale agiranno sette attori.
[1] Louis Aragon, scrittore francese, nacque a Parigi nel 1897. Insieme ad André Breton e a Philippe Soupalt fondò la rivista Litterature (Letteratura, 1919 - 1924), ritenuta dalla critica la prima di genere surrealista. Nel 1923 il gruppo fondò la rivista La révolution surréaliste (La rivoluzione surrealista). Di questi anni sono le opere Feu de Joie, 1919, Le Libertinage, 1924 e Mouvement perpétuel, 1925, con spiccati influssi provenienti dagli amici Reverdy e Apollinaire. L’incontro con la scrittrice russa Elsa Triolet, avvenuto a Parigi nel 1928, cambiò radicalmente la sua vita: Elsa divenne la sua compagna nonché la sua consigliera. Aragon poteva così dimenticare i pensieri che, come un novello Werther, lo avevano spinto, pochi mesi prima, a tentare il suicidio all’interruzione del rapporto con Nancy Cunard.
[2] Henri Behar, Il teatro dada e surrealista, Einaudi, Torino, 1976
[3] Henri Bèhar, Il teatro dada e surrealista, Einaudi, Torino, 1976, p.153.
[4] in Aragon, Classiques du XX Siècle, Edizioni universitarie, Parigi, 1964
L'armadio a specchio in una bella serata
La breve opera "L'Armadio a specchio in una bella serata", è stata scritta tra l'autunno del 1922 e l'aprile del 1923 nel Theatre des Champs - Elysees dove Aragon occupava un posto amministrativo. Ci troviamo davanti a un soggetto da vaudeville: il marito Jules, rientra dopo essere stato in città per affari che lo hanno occupato tutta la giornata. Torna proprio in tempo per trovare la moglie sconvolta, tutta intenta a proteggere un armadio a specchio nel quale, sospettiamo, si nasconda l'amante. Tutto è molto classico; ad esserlo meno è la maniera in cui il soggetto è trattato in modo da pervenire ad un vaudeville tragico. Tutta l'azione consisterà da parte di Jules a ritardare l'apertura dell'armadio, mentre sua moglie Eleonore lo induce invece a farla finita, e lo esaspera affermando che lei ha un amante, che non poteva fare altrimenti, come lui non può fare altro che ucciderli entrambi con il martello che ha comperato in città A fare da sfondo a questa situazione piccolo borghese, un mondo bizzarro in cui si distinguono una donna semi nuda con il capo coperto da un grande cappello a fiori, un giovane soldato, il presidente della repubblica seguito dal suo primo generale, due gemelle siamesi, una fata che in una sorta di pantomima assurda rivendicano con forza la loro appartenenza al quotidiano.
La messa in scena del dramma L'Armoire a glace un beau soir, rientra in un più ampio progetto di ricerca sulla scrittura dell'autore surrealista Louis Aragon, iniziato nell'aprle del 2003 con la messa in scena del breve romanzo del 1928 Il Sesso di Irene, andato in scena per la prima volta presso il Teatro ITC di S. Lazzaro.
Regia: Niccolò Baldari e Charlotte Ossicini
Musiche originali: Umberto Cavalli
Irene - liberamente tratto da "Il sesso di Irene" di Louis Aragon
Regia di Niccolò Baldari e Charlotte Ossicini con Niccolò Baldari, Ivan Giglio, Charlotte Ossicini, Giancarlo Romoli; Musiche originali di Umberto Cavalli; Costumi di Laura Pizzirani
Il linguaggio fortemente erotico e dissacrante, osceno e grottesco de Il sesso di Irene; le tematiche "anti-borghesi" di numerose letture surrealiste, tra le quali Le lacrime dell'Eros di G. Bataille, Il paesano di Parigi di Louis Aragon, Ricerche sulla sessualità a cura di A. Breton; il pensiero post-freudiano di Roheim che intravedeva, in ogni più semplice e comune oggetto della nostra vita quotidiana, un simbolo fallico; la più conosciuta testimonianza letteraria di una delusione amorosa quale I dolori del giovane Werther di W. Goethe; l'analisi semiologica di un autore come R. Barthes che per primo esamina con una violenta lente di ingrandimento i comportamenti spesso puerili e illogici dell'approccio sentimentale ne Frammenti di un discorso amoroso; l'impatto visivo di un graffito proveniente dalla caverna francese di Lascaux, che, riprodotto dalla pittrice Anna Voigt in un quadro, prenderà posto sul palcoscenico e che, secondo Bataille, rappresenta l'idea dell'orgasmo come piccola morte dell'ego maschile; la tradizione folcloristica del valzer e delle mazurche ballate nelle balere come simbolo di sessualità senile, ci hanno permesso di scindere l'io dell'autore in quattro diversi personaggi che sul palcoscenico vivono la propria solitudine "gridando" le loro insoddisfazioni. Narrano storie basate esclusivamente sul dominio della sessualità che, schiacciata dal comportamento civile ed ipocrita, assurge ad una potenza propria fatta di forte cinismo e, insieme, di grande poeticità.
Attraverso i costumi-installazioni che compongono la scenografia e la recitazione da un lato fortemente neutra ed estraniante, i personaggi acquistano una loro valenza semantica sottolineata dallo stesso accompagnamento musicale.
Prendendo come base il testo di L. Aragon l'approccio con le musiche è venuto da sé. Immergendosi a fondo nella ripetuta lettura dell'opera si respira già da subito un'aria malsana, sporca, malatamente romantica. I personaggi - non - personaggi presenti ne Il sesso di Irene hanno una loro chiara fisionomia, anch'essa ai limiti della sopportazione, ai limiti del ridicolo e della farsa immaginifica.
Abbiamo cercato di dare una "voce" musicale ad ogni personaggio, una sorta di respiro che li accompagna nella loro breve vita sul palco. Una sorta di impronta di riconoscimento uditivo che li segue, li rincorre e li raggiunge ogni volta che, in scena, prendono la parola.
Abbiamo per un attimo cercato di abbandonare gli stereotipi musicali imposti dall'accademia e dall'orecchio classico, per inoltrarci in qualcosa di più profondo, che vada nell'imo.
Sebbene restii ad accettarlo comunemente come strumento musicale in tutto e per tutto, il computer e i vari software musicali di campionamento hanno dato il risultato che ci eravamo prefissati.
Partendo da suoni comuni, come chitarre e violini, voci e percussioni, attraverso il supporto tecnologico, lì si sono trasformati, capovolti, offuscati, smembrati e ricomposti, arrivando a qualcosa di nuovo. Il senso globale che dà all'orecchio la musica composta è di una sorta di stonatura piacevole, di confusione metodica, di melodia scordata. Abbiamo cercato di far corrispondere le musiche create alla funzione del personaggio, dando ad entrambi un nome e un volto.
Essendo, il nostro, un gioco di contrasti ed opposti, si è mirato anche a far cozzare la voluta avanguardia musicale e la sperimentazione in essa congenita con melodie classiche.
Le musiche, quindi, saranno intervallate da valzer di dubbia originalità e di facile comprendonio per un orecchio anche non allenato.
Inoltre si avvertono, nell'ascolto delle musiche in sottofondo, anche brani dello stesso romanzo, recitati e cantati, trasformati di tono e capovolti, a basso volume, per confondersi con la musica e con la voce viva degli attori come in una specie di prodromo di tempesta che non arriverà.
Attraverso i costumi-installazioni che compongono la scenografia e la recitazione da un lato fortemente neutra ed estraniante, i personaggi acquistano una loro valenza semantica sottolineata dallo stesso accompagnamento musicale.
Prendendo come base il testo di L. Aragon l'approccio con le musiche è venuto da sé. Immergendosi a fondo nella ripetuta lettura dell'opera si respira già da subito un'aria malsana, sporca, malatamente romantica. I personaggi - non - personaggi presenti ne Il sesso di Irene hanno una loro chiara fisionomia, anch'essa ai limiti della sopportazione, ai limiti del ridicolo e della farsa immaginifica.
Abbiamo cercato di dare una "voce" musicale ad ogni personaggio, una sorta di respiro che li accompagna nella loro breve vita sul palco. Una sorta di impronta di riconoscimento uditivo che li segue, li rincorre e li raggiunge ogni volta che, in scena, prendono la parola.
Abbiamo per un attimo cercato di abbandonare gli stereotipi musicali imposti dall'accademia e dall'orecchio classico, per inoltrarci in qualcosa di più profondo, che vada nell'imo.
Sebbene restii ad accettarlo comunemente come strumento musicale in tutto e per tutto, il computer e i vari software musicali di campionamento hanno dato il risultato che ci eravamo prefissati.
Partendo da suoni comuni, come chitarre e violini, voci e percussioni, attraverso il supporto tecnologico, lì si sono trasformati, capovolti, offuscati, smembrati e ricomposti, arrivando a qualcosa di nuovo. Il senso globale che dà all'orecchio la musica composta è di una sorta di stonatura piacevole, di confusione metodica, di melodia scordata. Abbiamo cercato di far corrispondere le musiche create alla funzione del personaggio, dando ad entrambi un nome e un volto.
Essendo, il nostro, un gioco di contrasti ed opposti, si è mirato anche a far cozzare la voluta avanguardia musicale e la sperimentazione in essa congenita con melodie classiche.
Le musiche, quindi, saranno intervallate da valzer di dubbia originalità e di facile comprendonio per un orecchio anche non allenato.
Inoltre si avvertono, nell'ascolto delle musiche in sottofondo, anche brani dello stesso romanzo, recitati e cantati, trasformati di tono e capovolti, a basso volume, per confondersi con la musica e con la voce viva degli attori come in una specie di prodromo di tempesta che non arriverà.
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