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02 luglio 2013

ECTOPLASMI - Mostra fotografica di Flavio Romualdo Garofano

Si segnala:

ECTOPLASMI
Amorosi (BN) – Cortile de Capua
6-15 luglio 2013 all'interno di AmoTe Festival http://www.amotefestival.it/il-festival/
orario 18:00 – 21:00
info e contatti al seguente link: http://www.amotefestival.it/contatti/

L'intera mostra è un incontro di diversi mondi: una sinergia di teatro, poesia e fotografia.
Teatro e fotografia hanno radice comune:

“Tuttavia (mi pare) non è attraverso la Pittura che la Fotografia perviene all’arte, bensì attraverso il Teatro.”
(Roland Barthes, La camera chiara)

Daguerre è il padre ufficiale della fotografia, già inventore del Diorama, teatro nato per soddisfare il gusto dell'epoca per l'illusione. E proprio la necessità di una illusione completa porta Daguerre alla ricerca di un'approssimazione sempre maggiore verso i modelli da ritrarre e allo studio di lastre fotosensibili, in grado di “fermare” la luce (quindi alla società con Niépce e alla scoperta dello ioduro d'argento). Il daguerrotipo nasce per illudere lo spettatore e come il teatro diventa luogo della visione: sono due “macchine” fatte per vedere e, nel vedere, inquadrano una parte del mondo e la separano da esso trasformandola in oggetti e arricchendo questi oggetti di arte. Nate con lo scopo di imitare la realtà, nell’incorniciarla non possono far altro che riassumerla, commentarla, descriverla, ovvero metterla in scena. (Ugo Volli, La quercia del Duca).
E se la fotografia nasce nel teatro è soprattutto ad esso vicina“

[…] attraverso un singolare relais (può darsi che io sia il solo a vederlo): la Morte. […] la Foto è come un teatro primitivo, come un Quadro Vivente: la raffigurazione della faccia immobile e truccata sotto la quale noi vediamo i morti.”
(Roland Barthes, op.cit.)

Il legame tra teatro e fotografia instaurato sulla morte è tangibile in una delle tappe importanti (forse la più importante) del viaggio di Maurizio Buscarino (esponente della fotografia di teatro): l’incontro con il regista Tadeusz Kantor. Il suo teatro è messa in scena dei meccanismi della memoria: sotto le luci prende forma esattamente quello che da sempre spinge Buscarino a fare fotografia. Fotografare il teatro significa, per lui, cogliere l’atto di chi viene in luce per annunciare la sua scomparsa e il teatro di Kantor è esattamente questo: morte, non intesa come ombra che aleggia sulla vita, ma esibizione del vivere stesso. Nei lavori del regista polacco si avverte l’intuizione dell’essere già morto, egli chiama a sé attori e pubblico e li invita ad un ultimo giro di valzer, intrappolandoli in un unico luogo senza via d’uscita e senza quinte. Attori e pubblico sono messi nell’ombra, come non viventi, fino a quando il regista, con un gesto della mano, li richiama in luce.
La fotografia di Buscarino e il teatro di Kantor sono entrambi luoghi della memoria. In entrambi troviamo due piani fondamentali, il presente ed il passato, in cui per-venire in luce, per manifestarsi ed essere visti e vivi, bisogna essere già morti. La fotografia è un insieme di dolcezza e crudeltà, un insieme di istanti che vengono uccisi, fantasmi che vorrebbero consolare e che possono solo annunciare l’assenza.
Lo studio “Ectoplasmi” vuole interrogarsi sulla fotografia (perccorrendo una strada “non pura”) e sul teatro, sul concetto di morte, sulla follia degli uomini che vivono come se fossero già morti o che vivono senza sapere di essere “assenti”. E' necessario quindi l'incontro con la poesia e in particolare con il Montale del “quarto” periodo, del Satura in cui c'è una svolta ad uno stile più prosastico e ad un tono sarcastico. Il tema del tempo è quello più stimolante dal punto di vista fotografico: un tempo come luogo in cui i vivi non sanno di essere vivi e si lasciano trasportare dagli eventi, dalla storia, cadaveri che camminano; qualche volta qualcuno si trova fuori ma non è consapevole di potersi liberare dalla rete:

“[...]
La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s'incontra l'ectoplasma
d'uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n'ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.”
(E. Montale, La Storia, in Satura)

L'analisi si traduce dunque in sei foto in formato 50x70. Personaggi (fotografati in spettacoli teatrali) che appaiono sfocati, come fantasmi che si manifestano per testimoniare la propria assenza su sfondi – ogni opera è compasta da due scatti) che evocano paesaggi e oggetti quotidiani in dominanti di colore che enfatizzano il sentimento del momento.

BIOGRAFIA:
Flavio Romualdo Garofano, artista e fotografo sannita classe 1981. Laureato in Dams Teatro a Bologna. Dopo le prime esperienze di attore e aiuto regista (tra cui l’esperienza al Teatro Comunale di Ferrara in un progetto di collaborazione per la presentazione dello spettacolo di teatro-danza "Kontakthof mit Damen und Herren ab '65" della compagnia di Pina Bausch) dal 2006 inizia il suo percorso artistico nella fotografia con primi approcci, in particolar modo con la fotografia di scena. Nel 2011 è tra i vincitori del Premio ORA e nel 2012 è tra i segnalati al Premio Celeste
Tra le mostre personali più importanti: Via Crucis di mediazione tra passato e presente (2010) esposizione clandestina nelle vie del centro di Bologna sull’omicidio Lorusso; MAYA - da un'idea di Arthur Schopenhauer (2010), testo d'accompagnamento di Solidea Ruggiero, Bellezza Orsini, Bologna; Diario '06 - '10 (2011) a cura di Marta Cannoni, Sesto Senso, Bologna; Resti di un viaggio (2011) doppia personale Flavio Romualdo Garofano/Fabio Mazzola con testo critico di Marialessia Ferrara, Cantine Tufacee, Castelvenere (BN).
Tra le collettive: Meraviglioso! (2009) a cura di Gerardo di Feo, Auditorium APC, Sulmona (AQ); Жінка Woman 3000 - International art initiative about woman of the world (2010) a cura di Garage Gang Kollektiv, Ucraina; Alfabetomorso (2011) Mostra Virtuale, Progetto Maionese, Galleria EnPleinAir, Pinerolo (To); Tracce (2011) testo critico di Francesca de Filippi, Bellezza Orsini, Bologna; PROFILE (2012), Progetto Maionese, a cura di Elena Privitera e Marco Filippa, Galleria EnPleinAir, Pinerolo (To).

09 gennaio 2012

A.C.A.B - Locandina e Foto di scena di Flavio Romualdo Garofano

A.C.A.B
liberamente tratto dal Moby Dick di Herman Melville

La regia è a cura di Niccolò Baldari , con la consulenza artistica di Gigi Dall’Aglio.
In scena Matteo Boriassi, Corrado Calvo, Flavio Romualdo Garofano, Elena Marchettini, Marco Negretto, Stefano Negro, Michele Panariello, Arianna Pedroni, Giorgio Periti, Giancarlo Romoli, Luciano Semeraro.

“Non bisognerà opporre resistenza a che questo vecchio pazzo trascini con sé alla perdizione tutto l’equipaggio di una nave? Certo, diventerebbe l’assassino volontario di trenta uomini e più, se a questa nave capitasse un disastro mortale, e un disastro mortale capiterà a questa nave se Achab farà come vuole. […] Non c’è ragione, né protesta, né supplica cui tu voglia prestare ascolto: tutto questo lo disprezzi. Obbedienza netta ai tuoi netti comandi, nient’altro sai dire. Sì, e affermi che gli uomini hanno giurato il tuo stesso giuramento, e che noi siamo altrettanti Achab. Dio non voglia! Ma non c’è nessun’altra via? Una via legale? Fare di lui un prigioniero da riportare a casa? Come! Sperare di estorcere la forza vitale di questo vecchio dalle sue stesse mani vive? Soltanto uno sciocco ci proverebbe. Mettiamo pure di legarlo; di annodargli addosso cavi e gherlini; d’incatenarlo a perni sul pavimento; allora sarebbe più orrendo di una tigre in gabbia. Sarebbe una vista che non potrei sopportare, né potrei in alcun modo sfuggire alle sue urla; ogni piacere, il sonno stesso, il dono inestimabile della ragione mi abbandonerebbero nel lungo, intollerabile viaggio. [Herman Melville, Moby Dick, CXXIII]”
Quando Starbuck esprime il proposito e la necessità di opporsi al suo capitano la follia vendicativa di Achab è ormai evidente ed è chiaro come questa stessa follia sarà causa di disgrazia per l’intero equipaggio del Pequod. La caccia violenta allo spermaceti che lo ha disalberato e ne ha fatto un troncone umano è ormai ossessione alla quale sembra impossibile opporsi.








28 novembre 2011

Premio Ora_Flavio Romualdo Garofano


Flavio Romualdo Garofano tra i vincitori del PREMIO ORA.
ARTISTI VINCITORI / WINNING ARTIST
Claudia Campus
Marco La Rosa
Flavio Romualdo Garofano
Vacon Sartirani
Annalù
Andrea Marcoccia
Bruno Marrapodi
Agnese Guido
Andreas Senoner
Fabiano De Martin Topranin
Angela Viola
Silvia Cicconi
Claudia Maina
Stefano Bolcato
TTozoi
Marie-Michelle Letelier
Pietro Marchese
Claudio Cavallaro
Silvia Mei
Enrico Piras

27 ottobre 2011

Silenzi - Mostra fotografica di Flavio Romualdo Garofano



SILENZI
Flavio Romualdo Garofano
a cura di Marialessia Ferrara

in collaborazione con L'Altra Babele
e con il contributo di Alma Mater Studiorum

dal 14 al 21 novembre 2011

opening: lunedì 14 novembre ore 19:00

info e orari: info@laltrababele.it


SILENZI
testo di Marialessia Ferrara

Basta uno scatto e la realtà si ricopre della patina del silenzio per diventare ricordo di ciò che è stato; quel ricordo persiste impalpabile, a volte sbiadito nei nostri pensieri, minacciato dallo scorrere del tempo. La fotografia permette il riaffiorare della memoria e, nel silenzio, ci fa rivivere il rumore di una goccia d’acqua che cade, il suono di una risata. Forse è questo che contribuisce a creare la magia della fotografia, quel confine tra realtà e irrealtà, che da spettatori ci riporta ad essere attori di quell’attimo.
Il silenzio che segue lo scatto è reso da Romualdo anche con un gioco di presenza-assenza, in cui una sedia vuota parla della persona che abitualmente la occupa, ma che non c’è. E’ allora il contesto circostante, che si tratti di uno spazio teatrale o di un cortile cittadino, a colmare l’assenza dell’uomo, cosicché siamo noi a immaginare la sua figura, la sua voce.
E quando invece si mostra il volto con le sue espressioni, entriamo in contatto col suo personale silenzio, con l'attimo estatico in cui diventa universale, vittorioso sul tempo.
Si innesca, quindi, una relazione di scambio e di intima immedesimazione, in cui si svela il principio assoluto di uguaglianza.

“[...]
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
[..]
(da I limoni, Eugenio Montale)

10 ottobre 2011

24 ottobre 2011 Teatro dell'Otium al Festival dellla Scienza di Genova


Non ho nulla da rimproverarmi
Stoccolma e dintorni 1911

di Stefano Ossicini

regia di Niccolò Baldari e Charlotte Ossicini

con
Sara Bucci (Barbara Ayrton)
Cristiana Raggi (Marie Curie)
Charlotte Ossicini (Hertha Ayrton)
Viviana Piccolo (Irène Curie)

arredi di scena: Aldina Gozzi
foto e video editing: Flavio Romualdo Garofano
proiezioni: Chiara Balsamo
macchine: Carlo Poggioli

1911, Parigi. Marie Curie, accusata per la storia d'amore con il fisico Paul Langevin, è costretta a fuggire e a nascondersi. Sta per essere espulsa dalla Francia e il suo secondo premio Nobel è a rischio. Le viene chiesto di rinunciare. Resisterà, assieme alla figlia Irène e con il forte supporto dei suoi amici scienziati, a tutti gli attacchi e andrà a Stoccolma a ritirare il premio mostrando grande coraggio civile. In seguito si rifugerà a Londra dalla sua migliore amica, la scienziata Hertha Ayrton, dirigente del movimento delle suffragette, allora nel suo momento più caldo.
Una storia vera, dove si mescolano vicende personali, amore per la ricerca e impegno sociale. Le figure sulla scena toccano diversi contenuti scientifici: la complessità del metodo sperimentale e la sua importanza nella didattica nella scuola secondaria, i nuovi campi aperti dalla ricerca sulla radioattività, il ruolo degli errori, le tematiche relative alle ricerche in fluidodinamica. Qui trova così il suo spazio il racconto del non facile rapporto fra scienza e società, ancora oggi estremamente attuale: il ruolo delle scienze di base rispetto a quelle applicate, la discussione relativa ai diritti d'autore, la proprietà intellettuale e i brevetti, e infine la posizione delle donne nella scienza. Sia Marie Curie che Hertha Ayrton sono due ricercatrici di grande valore che hanno trovato notevoli difficoltà nella libera espressione delle loro convinzioni, ma non hanno mai perso di vista la possibilità, una volta conseguito il successo, di aiutare altre donne nel lavoro scientifico.


Non ho nulla da rimproverarmi - Stoccolma e dintorni 1911 al Festival della Scienza

14 giugno 2011

Non ho nulla da rimproverarmi Stoccolma e dintorni 1911_Foto di scena di Flavio Romualdo Garofano; video di Chiara Balsamo

Non ho nulla da rimproverarmi - Stoccolma e dintorni 1911 al Festival della Scienza

A Trento in occasione dei Mercoledì della Chimica


Foto storiche











































Non ho nulla da rimproverarmi
Stoccolma e dintorni 1911

di Stefano Ossicini

regia di Niccolò Baldari e Charlotte Ossicini

con
Sara Bucci (Barbara Ayrton)
Cristiana Raggi (Marie Curie)
Charlotte Ossicini (Hertha Ayrton)
Viviana Piccolo (Irène Curie)

arredi di scena: Aldina Gozzi
foto e video editing: Flavio Romualdo Garofano
macchine: Carlo Poggioli


“Nella vita non ci sono cose di cui aver paura. Ci sono solo cose da capire. Questo è il tempo per comprendere di più, così che possiamo temere di meno”.
Marie Curie

1911, Parigi, Marie Curie, accusata per la storia d'amore con il fisico Paul Langevin, è costretta a fuggire e a nascondersi. Sta per essere espulsa dalla Francia e il suo secondo premio Nobel è a rischio. Le viene chiesto di rinunciare. Resisterà, assieme alla figlia Irène, e andrà a Stoccolma a ritirare il premio, per poi rifugiarsi a Londra dalla sua migliore amica, la scienziata Hertha Ayrton, dirigente del movimento delle suffragette, allora nel suo momento più caldo.
Una storia vera, dove si mescolano personale, amore per la ricerca e impegno sociale.
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“Non ho nulla da rimproverarmi se non di aver trascurato i miei personali interessi”, le parole di Marie Sklodowska-Curie (1867-1934), al conseguimento del suo secondo premio Nobel, quello per la Chimica, nel 1911, seguito a quello del 1903 per la Fisica, sono il leitmotiv dello spettacolo. Sulla scena quattro attrici: Marie Curie, sua figlia Irène, Hertha Ayrton (1854-1923), la figlia di quest’ultima Barbara Bodichon Ayrton (1886-1950); sullo sfondo, il nazionalismo – francese, ma non solo – che assume sempre più accenti xenofobi contrapposto alla battaglia delle suffragette per l’emancipazione della donna. Uno spazio vuoto, un non luogo, interpuntato da oggetti scenici che rimandano all’artigianato delle scoperte scientifiche. Come novelli alchimisti, sulla scena si manipolano oggetti senza tempo, macchine teatrali che richiamano la sublimazione dei materiali, oggetti simbolici che riempiono un albero (un abete di Natale, o la lenta costruzione delle ramificazioni del sapere?), ancora macchine che ricreano i giochi dell’acqua sulla sabbia, la formazione di ondulazioni, metafore del ritmo della vita in un eterno ritorno. La recitazione tradizionale, il testo fondato sulle conversazioni rubate ai momenti quotidiani, è contrappuntata dalla proiezione di immagini storiche del tempo rielaborate secondo un concreto teatro epico che vede il qui e ora scandito dal passato, per la fondazione di un eterno da sottoporre a lucida critica.
Nel corso dello spettacolo diversi contenuti scientifici vengono toccati: la complessità del metodo sperimentale e la sua importanza nella didattica nella scuola secondaria, i nuovi campi aperti dalla ricerca sulla radioattività e sulla fluidodinamica, il ruolo delle scienze di base rispetto a quelle applicate, la discussione relativa ai diritti d'autore, la proprietà intellettuale e i brevetti, e infine la posizione delle donne nella scienza.



Non ho nulla da rimproverarmi
Stoccolma e dintorni 1911
Video di Chiara Balsamo




Foto di scena


20 marzo 2011

DIARIO '06 - '10 antologia fotografica di Flavio Romualdo Garofano


DIARIO '06 - '10
antologia fotografica di Flavio Romualdo Garofano
testo critico di Marta Cannoni
vernissage 25 marzo ore 18:30
fino al 15 aprile
tutti i giorni dalle 16 alle 24
chiuso il lunedì
Circolo ARCI Sesto Senso
via Galliera 63/d (bo)
ingresso riservato ai soci


il passato è ormai sicuro quanto il presente, ciò che vediamo sulla carta è sicuro come ciò che tocchiamo.
Roland Barthes


Flavio Romualdo Garofano utilizza la fotografia come mezzo espressivo per catturare tracce di eventi che sono stati reali: l’intera produzione si dipana intorno al filo rosso della quotidianità, che cessa di essere intesa come una massa indistinta di episodi trascurabili e si trasforma in un ben definito oggetto d’indagine.
La serie eterogenea di scatti esposti costituisce il corrispettivo visivo di un diario.
Questa metafora, rafforzata dalla scelta del bianco e nero, che riecheggia il contrasto cromatico tra l’inchiostro e la pagina, racchiude un duplice significato: se le singole immagini rappresentano le tappe dell’esperienza dell’artista, il loro insieme custodisce un’innumerevole quantità di ricordi, che non seguono la linearità cronologica delle fotografie da cui sono stati sollecitati e non presentano necessariamente delle analogie a livello di contenuto con esse.
Da più di cinque anni Garofano documenta stralci della realtà, registrando vedute del territorio urbano, ritraendo le espressioni di coloro che attraversano le sue giornate - amici, estranei incrociati per strada, attori che vestono i panni di personaggi fantastici- o, semplicemente, puntando l’obiettivo sugli oggetti che caratterizzano l’ambiente in cui opera.
Le sue istantanee non fanno leva su accostamenti stridenti e stupore indotto, ma sono disseminate di dettagli sottili che, nel momento della fruizione, pungono l’attenzione dell’osservatore, come in precedenza era accaduto per lo sguardo del fotografo; questo meccanismo, oltre ad innescare associazioni mentali assolutamente soggettive, riconduce al concetto di tempo - altro elemento centrale nella ricerca dell’artista - e all’ossimoro presente in ogni fotografia che, in maniera più concreta di qualsiasi linguaggio scritto, restituisce nel presente un istante appartenente al passato.

Marta Cannoni

01 marzo 2011


Il cavaliere di Seingalt
...
liberamente tratto da "Il ritorno di Casanova" di A.Schnitzler

con Giancarlo Romoli

regia
Charlotte Ossicini
Niccolò Baldari

durata: 50 minuti

"[...] Casanova, da tempo non più spinto a vagare per il mondo dal giovanile piacere dell'avventura, ma dall'inquietudine dell'avanzata vecchiaia, fu preso da una così intensa nostalgia per la sua città natale, Venezia, che cominciò a girarle intorno simile a un uccello che vien giù a morire calando da libere altezze in sempre più strette volute..."


"Il ritorno di Casanova" (1918) di Arthur Schnitzler è un romanzo breve, di profonda introspezione psicologica. Casanova giunto alla vecchiaia si ritrova a vivere la definitiva condanna dello scorrere del tempo, quando la psiche tende a chiudersi in se stessa in una claustrofobica coazione a ripetere. Prende forma un doppio nel quale non ci si vuole riconoscere, ma non potendo accettare serenamente la propria condizione, non può esserci altra risposta se non l’inganno, il sotterfugio, il macchiettistico negare ciò che si è diventati. Una tragedia dell’oggi, quanto mai attuale, in una società governata da individui incapaci di mettersi da parte.




13 novembre 2009

I nostri antenati - di Italo Calvino

Le associazioni culturali "Rimacheride" e "Teatro dell'Otium" presentano I NOSTRI ANTENATI

Durata: 50 - 70min. a spettacolo




Il progetto prevede la messa in scena, per ragazzi di età compresa fra i 10 e i 14 anni, della trilogia di romanzi che Italo Calvino ha raccolto sotto il nome di I nostri Antenati.

Il progetto prevede tre spettacoli distinti ma collegati dal tema della fantasia-moralistica calviniana:



1) Il visconte dimezzato

2) Il barone rampante
3) Il cavaliere inesistente



Dopo un'attenta lettura del testo calviniano si è deciso di creare degli adattamenti teatrali che permettessero ai bambini di avvicinarsi all'opera di Italo Calvino attraverso il gioco e il divertimento. Discostandosi dall'accademicità, con cui il testo è spesso presentato nelle scuole, si è cercato di estremizzarne la componente comica, non tralasciando però le tematiche più impegnative. 
Pur essendo il tema dei romanzi calviniani un tema arduo, in quanto basato sull'intento di descrivere l'uomo, esso si presta, grazie alla sua forte caratterizzazione fantastica, ad una rappresentazione per bambini. Le figure del cavaliere inesistente, del barone che vive fra gli alberi, e del visconte che viene diviso in due metà perfettamente complementari stuzzicano la fantasia dei bambini, anche di diverse fasce d'età.
Il testo Calviniano, nella sua complessità, ricca di mille sfaccettature, offre ai bambini un campo ampio di comprensione della vita, con quella leggerezza e quell'ironia che solo Calvino sa dare.


Gli attori a fine spettacolo ascolteranno le impressioni e le domande dei bambini per facilitare la comprensione totale dello spettacolo ed invogliare i bambini alla lettura del testo messo in scena.





IL VISCONTE DIMEZZATO

Spettacolo per due attori con musica dal vivo






Tema centrale dello spettacolo è la dualità bene-male propria di ogni essere umano.
I "due visconti" calviniani rappresentano i due estremi della figura umana, l'uno la bontà più incondizionata, l'altro la cattiveria più crudele. Nel cercare di rappresentare questa dualità abbiamo scelto di far interpretare la figura del Visconte ad un unico attore capace, con una semplice variazione del costume e dell'espressione corporea, di impersonare i due Visconti. La scelta di usare un unico attore ci è sembrata la più adatta a far capire ai ragazzi come il bene e il male interagiscano all'interno di ognuno di noi, spesso lottando fra loro e confondendosi.
Nulla sembra fino alla fine poter far riunire le due metà fino a che i due visconti non scoprono di avere una cosa in comune: l'amore per Pamela.
L'amore per la ragazza sarà l'elemento che permetterà alle due metà di riunirsi in un unico uomo. Bene e male ritornano a condividere la vita e a vivere in equilibrio solo grazie all'amore, unica forza in grado di rendere l'uomo capace di vivere in armonia fra gli altri uomini e in armonia con se stesso.
Ad alleggerire la tematica forte dello spettacolo sarà la presenza di un attore comico che, slittando fra un personaggio e l'altro, colorerà la storia ricordando a tutti come, alla fine, ogni cosa può colorarsi di un sorriso.





IL BARONE RAMPANTE

Spettacolo per tre attori






Un ragazzo sale su di un albero, si arrampica tra i rami, passa da una pianta all'altra, decide che non scenderà più. Da questa semplice immagine Calvino trae un libro, Il barone rampante, un libro dove l'avventura diventa gioco, un gioco che però si complica ad ogni mossa.
Attraverso la ribellione di Cosimo Piovasco di Rondò abbiamo provato ad entrare nel gioco della disobbedienza, un gioco che acquista senso solo quando diventa disciplina morale più rigorosa di quella a cui si ribella. Come ogni gioco il barone rampante si muove in base a delle regole precise, reinventate, ridefinite nel suo svolgersi, ma essenziali perché possa arrivare al suo termine. 
Come il barone, ognuno di noi cammina su fragili rami sui quali ci si può muovere solo se se ne conosce bene la resistenza. Come ogni avventura, l'avventura del barone non può che farci pensare alle mille domande che ogni esistenza pone, domande a cui ognuno di noi può dare la propria risposta, non sapendo mai fino in fondo se sia quella giusta.





IL CAVALIERE INESISTENTE

Spettacolo per tre attori






Scegliere quale fra le mille tematiche del romanzo rappresentare non è stata una scelta facile, soprattutto perché, fra i tre romanzi, il cavaliere inesistente è quello che forse sviluppa maggiormente la riflessione sull'interazione umana. Ogni personaggio infatti, rappresenta un lato diverso dell'essere umano e al contempo si rapporta con la società che lo circonda; nel caso del Cavaliere Inesistente: il medioevo di Carlo Magno. Ogni personaggio è alla continua ricerca di qualcosa che possa dare senso alla proprio esistenza, incontrandosi e scontrandosi con gli altri personaggi. 
Calvino palesa tre grandi forze all'interno dell'agire umano: la guerra, l'amore, la diversità.
A partire da questa considerazione si è deciso di puntare l'attenzione sul concetto di Onore.
L'onore viene visto dai personaggi messi in scena come scudo, come meta, come ragione di vita, come modo di rapportarsi agli altri. Per onore ognuno di loro estremizza le proprie azioni fino a renderle comiche agli occhi di chi li guarda.
L'onore non è altro che un veicolo per riflettere sulle azioni umane, sulle motivazioni che muovono interi popoli a combattere fra loro, o semplici uomini a percorrere strade che li portano a perdere contatto con chi sta loro intorno. 
Lo spettacolo è una parodia dell'uomo che può far riflettere sui valori ma anche sulle utopie che l'uomo costruisce intorno a sé.