L’arboreto - Teatro Dimora, Mondaino
e l'Associazione culturale Big Action Money, Rimini
presentano
CANTIERE VYRYPAEV
sabato 26, domenica 27 ottobre 2013
primo movimento
SPAZIO BAM
Spadarolo di Rimini
Programma
sabato 26 ottobre
ore 16.00
Accoglienza partecipanti e apertura del Cantiere
ore 17.00
Una nuova voce nel teatro russo contemporaneo: Ivan Vyrypaev
a cura di Fausto Malcovati
ore 18.00
Coffee break
ore 18.30
Lettura di Genesi N. 2
di Ivan Vyrypaev, 2004
con Nicoletta Fabbri, Dany Greggio, Tomas Leardini
musiche dal vivo eseguite da Roberto Galvani e Simple Music
a cura di Teodoro Bonci Del Bene
ore 19.30
Cena
ore 21.00
Illusioni
di Ivan Vyrypaev, 2011
primo studio per uno spettacolo
a cura della Compagnia teatrale Big Action Money
ore 22.30
Riflessioni
a cura di Fausto Malcovati
Domenica 27 ottobre
ore 11.00
Colazione
ore 11.30
Proiezione del film
Euforia
di Ivan Vyripaev, 2006, 75'
ore 13.30
Pranzo
ore 15.00
Temi e variazioni: la poetica di Ivan Vyrypaev
a cura di Fausto Malcovati
ore 16.15
Lettura di UFO
di Ivan Vyrypaev, 2012
con Silvio Castiglioni
a cura di Teodoro Bonci del Bene
ore 17.00
Chiusura del primo movimento del Cantiere Vyrypaev
a cura di Fausto Malcovati, Fabio Biondi, Compagnia teatrale Big Action Money
Il Cantiere si avvale della collaborazione di Aliona Shumakova e Margherita De Michiel per introdurre i film di Ivan Vyryepav.
Tutti gli interventi saranno documentati.
I lavori del Cantiere Vyrypaev saranno raccolti in un Diario di Bordo a cura di Charlotte Ossicini, Dipartimento delle Arti, Bologna.
Visualizzazione post con etichetta teatro. Mostra tutti i post
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14 ottobre 2013
13 ottobre 2013
26-27.10.13 Rete Critica a Vicenza e i premi Critica in MOVimento e Rete Critica
Si segnala --> 26-27.10.13 Rete Critica a Vicenza e i premi Critica in MOVimento e Rete Critica
25-26.10.13 Catarsi. Convegno Internazionale sul teatro-che-cura
di Redazione Ateatro
Rete Critica a Vicenza. Seconda edizione
> Meeting di teatro, critica, video, rete, blog, streaming
> Premio Rete Critica 2013 (III edizione)
> Premio Rete in MOVimento 2013 (II edizione)
Si rinnova l’appuntamento fra il Teatro Olimpico e Rete Critica, il network dei blog e delle riviste teatrali on line che, a due anni dall’inizio di questo movimento che sta rivoluzionando la critica teatrale, si interroga sulle sue prospettive.
Per maggiori informazioni: 26-27.10.13 Rete Critica a Vicenza e i premi Critica in MOVimento e Rete Critica
25-26.10.13 Catarsi. Convegno Internazionale sul teatro-che-cura
di Redazione Ateatro
Rete Critica a Vicenza. Seconda edizione
> Meeting di teatro, critica, video, rete, blog, streaming
> Premio Rete Critica 2013 (III edizione)
> Premio Rete in MOVimento 2013 (II edizione)
Si rinnova l’appuntamento fra il Teatro Olimpico e Rete Critica, il network dei blog e delle riviste teatrali on line che, a due anni dall’inizio di questo movimento che sta rivoluzionando la critica teatrale, si interroga sulle sue prospettive.
Per maggiori informazioni: 26-27.10.13 Rete Critica a Vicenza e i premi Critica in MOVimento e Rete Critica
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23 luglio 2013
Non ho nulla da rimproverarmi -Stoccolma e dintorni 2011; Note di Regia
Teatro dell’Otium
Note di Regia
contenuto in Stefano Ossicini, da rimproverarmi - Stoccolma e dintorni 2011, Scienza Express 2013.
Se gli uomini di scienza, intimiditi dai potenti egoisti, si limitano ad accumulare
sapere per sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre, e le vostre nuove macchine
non saranno fonte che di nuovi triboli per l’uomo. E quando, coll’andar del tempo, avrete
scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento
dall’umanità. Tra voi e l’umanità può scavarsi un abisso così grande, che, un giorno, a ogni
vostro eureka rischierebbe di rispondere un grido di dolore universale.
Bertolt Brecht, Vita di Galileo
16. “Il contenuto della fisica riguarda solo i fisici, i suoi effetti riguardano tutti.”
17. “Ciò che riguarda tutti può essere risolto soltanto da tutti.”
Friedrich Dürenmatt, 21 punti su «I fisici»
Scienza e teatro sono indiscutibilmente connessi. Si pensi ai teatri anatomici, luoghi ad anfiteatro dove avvenivano le dissezioni dei cadaveri, prima luoghi mobili e poi, a partire dalla fine del Cinquecento – con la vera e propria esplosione dell’interesse per la scienza – luoghi stabili ancora oggi visitabili°. Teatro come luogo del vedere, del conoscere, del riflettere sul significato nascosto delle cose. Spesso, quindi, la scienza, il ruolo dello scienziato, soprattutto a partire dal Novecento, viene messo in discussione attraverso il teatro, il dramma, o addirittura il paradosso (ad esempio in Dürenmatt). La bomba atomica, l’umanità stessa che crea ciò che potrebbe definitivamente distruggerla, pone concretamente in primo piano la questione della ricerca della conoscenza, del titanismo, di quanto sia lecito spingersi oltre e fino a che punto. L’etica è inscindibile dalla scienza, la logica del profitto ha prodotto e produce contraddizioni, l’oggi è caratterizzato dalla perdita di contatto con il concreto, dallo scollamento dal senso di responsabilità.
E, quindi, sembra lecito continuare sì con la discussione sulla scienza, ma in stretta connessione rispetto al ruolo dello scienziato nella società. In Non ho nulla da rimproverarmi – Stoccolma e dintorni 1911°°, il collegare la posizione della donna nella scienza al fenomeno del suffragismo serve a togliere quell’aura distaccata del ruolo dello scienziato. “La conoscenza è di tutti”, afferma Marie Curie nel testo, ovvero lo scienziato deve agire per il bene comune, e non esimersi dal rendersi attivo trasformatore del presente. "Non ho nulla da rimproverarmi se non di aver trascurato i miei personali interessi”, le parole di Marie Sklodowska-Curie (1867-1934), al conseguimento del suo secondo premio Nobel, quello per la Chimica, nel 1911, seguito a quello del 1903 per la Fisica, sono il leitmotiv dello spettacolo. Sulla scena quattro attrici: Marie Curie, sua figlia Irène (1897-1956), Hertha Ayrton (1854-1923), la figlia di quest’ultima Barbara Bodichon Ayrton (1886-1950); sullo sfondo il nazionalismo – francese, ma non solo – che assume sempre più accenti xenofobi, contrapposto alla battaglia delle suffragette per l’emancipazione della donna.
Il testo, fondato su conversazioni rubate a momenti quotidiani, è contrappuntato dalla proiezione di immagini storiche del tempo rielaborate secondo un concreto teatro epico che vede il qui e ora scandito dal passato, per la fondazione di un eterno da sottoporre a lucida critica. Le foto sono ritratti dei protagonisti della vicenda, documentazioni delle manifestazioni delle suffragette del tempo e sembrano quasi una traccia lasciata sulla sabbia, un’impronta fossile. Esse fanno parte della serie “Satura” creata dall’artista Flavio Romualdo Garofano°°°, così da lui presentata:
Montale, nel suo quarto periodo, concepisce il tempo come nemico. Fouridaltempo è il luogo dove il tempo è sconfitto, e con esso ogni cosa misurabile: è la vera vita. Il tempo oltre a lasciare la sua traccia visiva sul nostro corpo lotta contro il nostro passato. Pochi sono i ricordi che sopravvivono, quasi nessuno, all'usura. Perdiamo ogni giorno dettagli. Questo è ancor più vero se viviamo una precarietà... “SATURA” è un lavoro, una ricerca visiva sul tema del ricordo e del ruolo del tempo.
La terza serie di immagini è invece dedicata ai ritratti di antichi strumenti scientifici. Ancora Garofano:
Le immagini di fondo non sono negativi. Il concetto è quello degli album da matrimonio vecchi. Ogni foto era anticipata da una pagina fatta di carta velina che proteggeva l'immagine e nello stesso tempo la svelava in parte. Questo aumentava il desiderio, la curiosità di ricercare i volti noti o i momenti che si volevano rivivere. E questo mi ha portato a sottolineare l'importanza della ricerca in ambito scientifico. Sapevo che lo spettatore avrebbe cercato di riconoscere l'oggetto, di svelarlo ai suoi occhi.
Uno spazio vuoto, un non luogo, interpuntato da oggetti scenici che rimandano all’artigianato delle scoperte scientifiche. Come novelli alchimisti, sulla scena si manipolano oggetti senza tempo, macchine teatrali che richiamano la sublimazione dei materiali, macchine che ricreano i giochi dell’acqua sulla sabbia, la formazione di ondulazioni, metafore del ritmo della vita in un eterno ritorno. Per i fenomeni di idrodinamica e dinamica dei materiali discreti relativi agli studi sulla formazione delle ondulazioni della sabbia, a partire dai lavori originali di Hertha Ayrton, Carlo Poggioli ha costruito due cilindri in plexiglas, riempiti di acqua e ghiaietto colorato che forniti di una luce subacquea al loro interno, hanno ricreato al contempo il moto ondulatorio del liquido e il colore fluorescente del radio. A questi si aggiunge una grossa vasca di 1,50 x 60 cm, in grado di basculare su un apposito meccanismo facendo così oscillare l’acqua e mettere in moto il ghiaietto formando diverse figure ondulanti, sulla superficie bianca illuminata dal basso; l’effetto scenico è stato amplificato da una video installazione dell’artista Chiara Balsamo. Per generare le scariche elettriche si è utilizzata una macchina elettrostatica – ideata dall’inglese James Wimshurst nel 1883 – costituita da due dischi uguali di plexiglas che, mediante una manovella, vengono fatti ruotare in verso opposto. Attraverso un dispositivo a pettine per la raccolta delle cariche generate per strofinio e di due bottiglie di Leyda per il loro immagazzinamento, si riesce a accumulare quantità notevoli di carica e a stabilire grandi differenze di potenziale fra i due poli fino allo scatenarsi della scarica. Anche in questo caso l’azione sulla scena è stata amplificata attraverso una seconda video installazione di Chiara Balsamo.
A completare l’impianto scenografico, le creazioni artistiche in cartone pressato di Aldina Gozzi°°°° e fra queste un albero di Natale creato appositamente per lo spettacolo, omaggio all’amore della Curie per la geometria, costruito sulla sovrapposizione di cinque figure geometriche (esagono, pentagono, cerchio, quadrato, triangolo) come richiamo ai solidi platonici. Un oggetto simbolico che nella sua progressiva entrata in scena può essere letto come mero abete di Natale o come lenta costruzione delle ramificazioni del sapere. Con la scelta degli arredi in cartone, inoltre, si è voluto giocare sulle consistenze, il cartone appunto, materiale fragile e facilmente deperibile, può ricreare strutture solide e durature nel tempo senza mai perdere la caratteristica leggerezza. Materiali poveri, come agglutinati anche nella presenza delle patate in scena, e del materiale sbucciarle - il fare scientifico è concreto, è quotidiano.
°Come il teatro anatomico dell’Università di Padova all’interno del Palazzo del Bo nel 1594, o il teatro anatomico dell'Università di Bologna costruito nel 1637 e situato nel Palazzo dell'Archiginnasio.
°°Non ho nulla da rimproverarmi - Stoccolma e dintorni 1911 di Stefano Ossicini; regia di Niccolò Baldari e Charlotte Ossicini; con Sara Bucci (Barbara Ayrton), Charlotte Ossicini (Hertha Ayrton), Viviana Piccolo (Irène Curie), Cristiana Raggi (Marie Curie); video di Chiara Balsamo; arredi di scena di Aldina Gozzi; foto e video editing di Flavio Romualdo Garofano; macchine di Carlo Poggioli.
°°°Per approfondimenti si rimanda al blog personale dell’artista: http://flavioromualdo.blogspot.com.
°°°°http://www.aldinaprogetti.it/
Note di Regia
contenuto in Stefano Ossicini, da rimproverarmi - Stoccolma e dintorni 2011, Scienza Express 2013.
Se gli uomini di scienza, intimiditi dai potenti egoisti, si limitano ad accumulare
sapere per sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre, e le vostre nuove macchine
non saranno fonte che di nuovi triboli per l’uomo. E quando, coll’andar del tempo, avrete
scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento
dall’umanità. Tra voi e l’umanità può scavarsi un abisso così grande, che, un giorno, a ogni
vostro eureka rischierebbe di rispondere un grido di dolore universale.
Bertolt Brecht, Vita di Galileo
16. “Il contenuto della fisica riguarda solo i fisici, i suoi effetti riguardano tutti.”
17. “Ciò che riguarda tutti può essere risolto soltanto da tutti.”
Friedrich Dürenmatt, 21 punti su «I fisici»
Scienza e teatro sono indiscutibilmente connessi. Si pensi ai teatri anatomici, luoghi ad anfiteatro dove avvenivano le dissezioni dei cadaveri, prima luoghi mobili e poi, a partire dalla fine del Cinquecento – con la vera e propria esplosione dell’interesse per la scienza – luoghi stabili ancora oggi visitabili°. Teatro come luogo del vedere, del conoscere, del riflettere sul significato nascosto delle cose. Spesso, quindi, la scienza, il ruolo dello scienziato, soprattutto a partire dal Novecento, viene messo in discussione attraverso il teatro, il dramma, o addirittura il paradosso (ad esempio in Dürenmatt). La bomba atomica, l’umanità stessa che crea ciò che potrebbe definitivamente distruggerla, pone concretamente in primo piano la questione della ricerca della conoscenza, del titanismo, di quanto sia lecito spingersi oltre e fino a che punto. L’etica è inscindibile dalla scienza, la logica del profitto ha prodotto e produce contraddizioni, l’oggi è caratterizzato dalla perdita di contatto con il concreto, dallo scollamento dal senso di responsabilità.
E, quindi, sembra lecito continuare sì con la discussione sulla scienza, ma in stretta connessione rispetto al ruolo dello scienziato nella società. In Non ho nulla da rimproverarmi – Stoccolma e dintorni 1911°°, il collegare la posizione della donna nella scienza al fenomeno del suffragismo serve a togliere quell’aura distaccata del ruolo dello scienziato. “La conoscenza è di tutti”, afferma Marie Curie nel testo, ovvero lo scienziato deve agire per il bene comune, e non esimersi dal rendersi attivo trasformatore del presente. "Non ho nulla da rimproverarmi se non di aver trascurato i miei personali interessi”, le parole di Marie Sklodowska-Curie (1867-1934), al conseguimento del suo secondo premio Nobel, quello per la Chimica, nel 1911, seguito a quello del 1903 per la Fisica, sono il leitmotiv dello spettacolo. Sulla scena quattro attrici: Marie Curie, sua figlia Irène (1897-1956), Hertha Ayrton (1854-1923), la figlia di quest’ultima Barbara Bodichon Ayrton (1886-1950); sullo sfondo il nazionalismo – francese, ma non solo – che assume sempre più accenti xenofobi, contrapposto alla battaglia delle suffragette per l’emancipazione della donna.
Il testo, fondato su conversazioni rubate a momenti quotidiani, è contrappuntato dalla proiezione di immagini storiche del tempo rielaborate secondo un concreto teatro epico che vede il qui e ora scandito dal passato, per la fondazione di un eterno da sottoporre a lucida critica. Le foto sono ritratti dei protagonisti della vicenda, documentazioni delle manifestazioni delle suffragette del tempo e sembrano quasi una traccia lasciata sulla sabbia, un’impronta fossile. Esse fanno parte della serie “Satura” creata dall’artista Flavio Romualdo Garofano°°°, così da lui presentata:
Montale, nel suo quarto periodo, concepisce il tempo come nemico. Fouridaltempo è il luogo dove il tempo è sconfitto, e con esso ogni cosa misurabile: è la vera vita. Il tempo oltre a lasciare la sua traccia visiva sul nostro corpo lotta contro il nostro passato. Pochi sono i ricordi che sopravvivono, quasi nessuno, all'usura. Perdiamo ogni giorno dettagli. Questo è ancor più vero se viviamo una precarietà... “SATURA” è un lavoro, una ricerca visiva sul tema del ricordo e del ruolo del tempo.
La terza serie di immagini è invece dedicata ai ritratti di antichi strumenti scientifici. Ancora Garofano:
Le immagini di fondo non sono negativi. Il concetto è quello degli album da matrimonio vecchi. Ogni foto era anticipata da una pagina fatta di carta velina che proteggeva l'immagine e nello stesso tempo la svelava in parte. Questo aumentava il desiderio, la curiosità di ricercare i volti noti o i momenti che si volevano rivivere. E questo mi ha portato a sottolineare l'importanza della ricerca in ambito scientifico. Sapevo che lo spettatore avrebbe cercato di riconoscere l'oggetto, di svelarlo ai suoi occhi.
Uno spazio vuoto, un non luogo, interpuntato da oggetti scenici che rimandano all’artigianato delle scoperte scientifiche. Come novelli alchimisti, sulla scena si manipolano oggetti senza tempo, macchine teatrali che richiamano la sublimazione dei materiali, macchine che ricreano i giochi dell’acqua sulla sabbia, la formazione di ondulazioni, metafore del ritmo della vita in un eterno ritorno. Per i fenomeni di idrodinamica e dinamica dei materiali discreti relativi agli studi sulla formazione delle ondulazioni della sabbia, a partire dai lavori originali di Hertha Ayrton, Carlo Poggioli ha costruito due cilindri in plexiglas, riempiti di acqua e ghiaietto colorato che forniti di una luce subacquea al loro interno, hanno ricreato al contempo il moto ondulatorio del liquido e il colore fluorescente del radio. A questi si aggiunge una grossa vasca di 1,50 x 60 cm, in grado di basculare su un apposito meccanismo facendo così oscillare l’acqua e mettere in moto il ghiaietto formando diverse figure ondulanti, sulla superficie bianca illuminata dal basso; l’effetto scenico è stato amplificato da una video installazione dell’artista Chiara Balsamo. Per generare le scariche elettriche si è utilizzata una macchina elettrostatica – ideata dall’inglese James Wimshurst nel 1883 – costituita da due dischi uguali di plexiglas che, mediante una manovella, vengono fatti ruotare in verso opposto. Attraverso un dispositivo a pettine per la raccolta delle cariche generate per strofinio e di due bottiglie di Leyda per il loro immagazzinamento, si riesce a accumulare quantità notevoli di carica e a stabilire grandi differenze di potenziale fra i due poli fino allo scatenarsi della scarica. Anche in questo caso l’azione sulla scena è stata amplificata attraverso una seconda video installazione di Chiara Balsamo.
A completare l’impianto scenografico, le creazioni artistiche in cartone pressato di Aldina Gozzi°°°° e fra queste un albero di Natale creato appositamente per lo spettacolo, omaggio all’amore della Curie per la geometria, costruito sulla sovrapposizione di cinque figure geometriche (esagono, pentagono, cerchio, quadrato, triangolo) come richiamo ai solidi platonici. Un oggetto simbolico che nella sua progressiva entrata in scena può essere letto come mero abete di Natale o come lenta costruzione delle ramificazioni del sapere. Con la scelta degli arredi in cartone, inoltre, si è voluto giocare sulle consistenze, il cartone appunto, materiale fragile e facilmente deperibile, può ricreare strutture solide e durature nel tempo senza mai perdere la caratteristica leggerezza. Materiali poveri, come agglutinati anche nella presenza delle patate in scena, e del materiale sbucciarle - il fare scientifico è concreto, è quotidiano.
°Come il teatro anatomico dell’Università di Padova all’interno del Palazzo del Bo nel 1594, o il teatro anatomico dell'Università di Bologna costruito nel 1637 e situato nel Palazzo dell'Archiginnasio.
°°Non ho nulla da rimproverarmi - Stoccolma e dintorni 1911 di Stefano Ossicini; regia di Niccolò Baldari e Charlotte Ossicini; con Sara Bucci (Barbara Ayrton), Charlotte Ossicini (Hertha Ayrton), Viviana Piccolo (Irène Curie), Cristiana Raggi (Marie Curie); video di Chiara Balsamo; arredi di scena di Aldina Gozzi; foto e video editing di Flavio Romualdo Garofano; macchine di Carlo Poggioli.
°°°Per approfondimenti si rimanda al blog personale dell’artista: http://flavioromualdo.blogspot.com.
°°°°http://www.aldinaprogetti.it/
02 luglio 2013
ECTOPLASMI - Mostra fotografica di Flavio Romualdo Garofano
Si segnala:
ECTOPLASMI
Amorosi (BN) – Cortile de Capua
6-15 luglio 2013 all'interno di AmoTe Festival http://www.amotefestival.it/il-festival/
orario 18:00 – 21:00
info e contatti al seguente link: http://www.amotefestival.it/contatti/
L'intera mostra è un incontro di diversi mondi: una sinergia di teatro, poesia e fotografia.
Teatro e fotografia hanno radice comune:
“Tuttavia (mi pare) non è attraverso la Pittura che la Fotografia perviene all’arte, bensì attraverso il Teatro.”
(Roland Barthes, La camera chiara)
Daguerre è il padre ufficiale della fotografia, già inventore del Diorama, teatro nato per soddisfare il gusto dell'epoca per l'illusione. E proprio la necessità di una illusione completa porta Daguerre alla ricerca di un'approssimazione sempre maggiore verso i modelli da ritrarre e allo studio di lastre fotosensibili, in grado di “fermare” la luce (quindi alla società con Niépce e alla scoperta dello ioduro d'argento). Il daguerrotipo nasce per illudere lo spettatore e come il teatro diventa luogo della visione: sono due “macchine” fatte per vedere e, nel vedere, inquadrano una parte del mondo e la separano da esso trasformandola in oggetti e arricchendo questi oggetti di arte. Nate con lo scopo di imitare la realtà, nell’incorniciarla non possono far altro che riassumerla, commentarla, descriverla, ovvero metterla in scena. (Ugo Volli, La quercia del Duca).
E se la fotografia nasce nel teatro è soprattutto ad esso vicina“
[…] attraverso un singolare relais (può darsi che io sia il solo a vederlo): la Morte. […] la Foto è come un teatro primitivo, come un Quadro Vivente: la raffigurazione della faccia immobile e truccata sotto la quale noi vediamo i morti.”
(Roland Barthes, op.cit.)
Il legame tra teatro e fotografia instaurato sulla morte è tangibile in una delle tappe importanti (forse la più importante) del viaggio di Maurizio Buscarino (esponente della fotografia di teatro): l’incontro con il regista Tadeusz Kantor. Il suo teatro è messa in scena dei meccanismi della memoria: sotto le luci prende forma esattamente quello che da sempre spinge Buscarino a fare fotografia. Fotografare il teatro significa, per lui, cogliere l’atto di chi viene in luce per annunciare la sua scomparsa e il teatro di Kantor è esattamente questo: morte, non intesa come ombra che aleggia sulla vita, ma esibizione del vivere stesso. Nei lavori del regista polacco si avverte l’intuizione dell’essere già morto, egli chiama a sé attori e pubblico e li invita ad un ultimo giro di valzer, intrappolandoli in un unico luogo senza via d’uscita e senza quinte. Attori e pubblico sono messi nell’ombra, come non viventi, fino a quando il regista, con un gesto della mano, li richiama in luce.
La fotografia di Buscarino e il teatro di Kantor sono entrambi luoghi della memoria. In entrambi troviamo due piani fondamentali, il presente ed il passato, in cui per-venire in luce, per manifestarsi ed essere visti e vivi, bisogna essere già morti. La fotografia è un insieme di dolcezza e crudeltà, un insieme di istanti che vengono uccisi, fantasmi che vorrebbero consolare e che possono solo annunciare l’assenza.
Lo studio “Ectoplasmi” vuole interrogarsi sulla fotografia (perccorrendo una strada “non pura”) e sul teatro, sul concetto di morte, sulla follia degli uomini che vivono come se fossero già morti o che vivono senza sapere di essere “assenti”. E' necessario quindi l'incontro con la poesia e in particolare con il Montale del “quarto” periodo, del Satura in cui c'è una svolta ad uno stile più prosastico e ad un tono sarcastico. Il tema del tempo è quello più stimolante dal punto di vista fotografico: un tempo come luogo in cui i vivi non sanno di essere vivi e si lasciano trasportare dagli eventi, dalla storia, cadaveri che camminano; qualche volta qualcuno si trova fuori ma non è consapevole di potersi liberare dalla rete:
“[...]
La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s'incontra l'ectoplasma
d'uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n'ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.”
(E. Montale, La Storia, in Satura)
L'analisi si traduce dunque in sei foto in formato 50x70. Personaggi (fotografati in spettacoli teatrali) che appaiono sfocati, come fantasmi che si manifestano per testimoniare la propria assenza su sfondi – ogni opera è compasta da due scatti) che evocano paesaggi e oggetti quotidiani in dominanti di colore che enfatizzano il sentimento del momento.
BIOGRAFIA:
Flavio Romualdo Garofano, artista e fotografo sannita classe 1981. Laureato in Dams Teatro a Bologna. Dopo le prime esperienze di attore e aiuto regista (tra cui l’esperienza al Teatro Comunale di Ferrara in un progetto di collaborazione per la presentazione dello spettacolo di teatro-danza "Kontakthof mit Damen und Herren ab '65" della compagnia di Pina Bausch) dal 2006 inizia il suo percorso artistico nella fotografia con primi approcci, in particolar modo con la fotografia di scena. Nel 2011 è tra i vincitori del Premio ORA e nel 2012 è tra i segnalati al Premio Celeste
Tra le mostre personali più importanti: Via Crucis di mediazione tra passato e presente (2010) esposizione clandestina nelle vie del centro di Bologna sull’omicidio Lorusso; MAYA - da un'idea di Arthur Schopenhauer (2010), testo d'accompagnamento di Solidea Ruggiero, Bellezza Orsini, Bologna; Diario '06 - '10 (2011) a cura di Marta Cannoni, Sesto Senso, Bologna; Resti di un viaggio (2011) doppia personale Flavio Romualdo Garofano/Fabio Mazzola con testo critico di Marialessia Ferrara, Cantine Tufacee, Castelvenere (BN).
Tra le collettive: Meraviglioso! (2009) a cura di Gerardo di Feo, Auditorium APC, Sulmona (AQ); Жінка Woman 3000 - International art initiative about woman of the world (2010) a cura di Garage Gang Kollektiv, Ucraina; Alfabetomorso (2011) Mostra Virtuale, Progetto Maionese, Galleria EnPleinAir, Pinerolo (To); Tracce (2011) testo critico di Francesca de Filippi, Bellezza Orsini, Bologna; PROFILE (2012), Progetto Maionese, a cura di Elena Privitera e Marco Filippa, Galleria EnPleinAir, Pinerolo (To).
ECTOPLASMI
Amorosi (BN) – Cortile de Capua
6-15 luglio 2013 all'interno di AmoTe Festival http://www.amotefestival.it/il-festival/
orario 18:00 – 21:00
info e contatti al seguente link: http://www.amotefestival.it/contatti/
L'intera mostra è un incontro di diversi mondi: una sinergia di teatro, poesia e fotografia.
Teatro e fotografia hanno radice comune:
“Tuttavia (mi pare) non è attraverso la Pittura che la Fotografia perviene all’arte, bensì attraverso il Teatro.”
(Roland Barthes, La camera chiara)
Daguerre è il padre ufficiale della fotografia, già inventore del Diorama, teatro nato per soddisfare il gusto dell'epoca per l'illusione. E proprio la necessità di una illusione completa porta Daguerre alla ricerca di un'approssimazione sempre maggiore verso i modelli da ritrarre e allo studio di lastre fotosensibili, in grado di “fermare” la luce (quindi alla società con Niépce e alla scoperta dello ioduro d'argento). Il daguerrotipo nasce per illudere lo spettatore e come il teatro diventa luogo della visione: sono due “macchine” fatte per vedere e, nel vedere, inquadrano una parte del mondo e la separano da esso trasformandola in oggetti e arricchendo questi oggetti di arte. Nate con lo scopo di imitare la realtà, nell’incorniciarla non possono far altro che riassumerla, commentarla, descriverla, ovvero metterla in scena. (Ugo Volli, La quercia del Duca).
E se la fotografia nasce nel teatro è soprattutto ad esso vicina“
[…] attraverso un singolare relais (può darsi che io sia il solo a vederlo): la Morte. […] la Foto è come un teatro primitivo, come un Quadro Vivente: la raffigurazione della faccia immobile e truccata sotto la quale noi vediamo i morti.”
(Roland Barthes, op.cit.)
Il legame tra teatro e fotografia instaurato sulla morte è tangibile in una delle tappe importanti (forse la più importante) del viaggio di Maurizio Buscarino (esponente della fotografia di teatro): l’incontro con il regista Tadeusz Kantor. Il suo teatro è messa in scena dei meccanismi della memoria: sotto le luci prende forma esattamente quello che da sempre spinge Buscarino a fare fotografia. Fotografare il teatro significa, per lui, cogliere l’atto di chi viene in luce per annunciare la sua scomparsa e il teatro di Kantor è esattamente questo: morte, non intesa come ombra che aleggia sulla vita, ma esibizione del vivere stesso. Nei lavori del regista polacco si avverte l’intuizione dell’essere già morto, egli chiama a sé attori e pubblico e li invita ad un ultimo giro di valzer, intrappolandoli in un unico luogo senza via d’uscita e senza quinte. Attori e pubblico sono messi nell’ombra, come non viventi, fino a quando il regista, con un gesto della mano, li richiama in luce.
La fotografia di Buscarino e il teatro di Kantor sono entrambi luoghi della memoria. In entrambi troviamo due piani fondamentali, il presente ed il passato, in cui per-venire in luce, per manifestarsi ed essere visti e vivi, bisogna essere già morti. La fotografia è un insieme di dolcezza e crudeltà, un insieme di istanti che vengono uccisi, fantasmi che vorrebbero consolare e che possono solo annunciare l’assenza.
Lo studio “Ectoplasmi” vuole interrogarsi sulla fotografia (perccorrendo una strada “non pura”) e sul teatro, sul concetto di morte, sulla follia degli uomini che vivono come se fossero già morti o che vivono senza sapere di essere “assenti”. E' necessario quindi l'incontro con la poesia e in particolare con il Montale del “quarto” periodo, del Satura in cui c'è una svolta ad uno stile più prosastico e ad un tono sarcastico. Il tema del tempo è quello più stimolante dal punto di vista fotografico: un tempo come luogo in cui i vivi non sanno di essere vivi e si lasciano trasportare dagli eventi, dalla storia, cadaveri che camminano; qualche volta qualcuno si trova fuori ma non è consapevole di potersi liberare dalla rete:
“[...]
La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s'incontra l'ectoplasma
d'uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n'ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.”
(E. Montale, La Storia, in Satura)
L'analisi si traduce dunque in sei foto in formato 50x70. Personaggi (fotografati in spettacoli teatrali) che appaiono sfocati, come fantasmi che si manifestano per testimoniare la propria assenza su sfondi – ogni opera è compasta da due scatti) che evocano paesaggi e oggetti quotidiani in dominanti di colore che enfatizzano il sentimento del momento.
BIOGRAFIA:
Flavio Romualdo Garofano, artista e fotografo sannita classe 1981. Laureato in Dams Teatro a Bologna. Dopo le prime esperienze di attore e aiuto regista (tra cui l’esperienza al Teatro Comunale di Ferrara in un progetto di collaborazione per la presentazione dello spettacolo di teatro-danza "Kontakthof mit Damen und Herren ab '65" della compagnia di Pina Bausch) dal 2006 inizia il suo percorso artistico nella fotografia con primi approcci, in particolar modo con la fotografia di scena. Nel 2011 è tra i vincitori del Premio ORA e nel 2012 è tra i segnalati al Premio Celeste
Tra le mostre personali più importanti: Via Crucis di mediazione tra passato e presente (2010) esposizione clandestina nelle vie del centro di Bologna sull’omicidio Lorusso; MAYA - da un'idea di Arthur Schopenhauer (2010), testo d'accompagnamento di Solidea Ruggiero, Bellezza Orsini, Bologna; Diario '06 - '10 (2011) a cura di Marta Cannoni, Sesto Senso, Bologna; Resti di un viaggio (2011) doppia personale Flavio Romualdo Garofano/Fabio Mazzola con testo critico di Marialessia Ferrara, Cantine Tufacee, Castelvenere (BN).
Tra le collettive: Meraviglioso! (2009) a cura di Gerardo di Feo, Auditorium APC, Sulmona (AQ); Жінка Woman 3000 - International art initiative about woman of the world (2010) a cura di Garage Gang Kollektiv, Ucraina; Alfabetomorso (2011) Mostra Virtuale, Progetto Maionese, Galleria EnPleinAir, Pinerolo (To); Tracce (2011) testo critico di Francesca de Filippi, Bellezza Orsini, Bologna; PROFILE (2012), Progetto Maionese, a cura di Elena Privitera e Marco Filippa, Galleria EnPleinAir, Pinerolo (To).
17 maggio 2012
I VOLTI (E L'ECCELLENZA) DEL PRECARIATO UNIVERSITARIO
GIOVANI PRECARI E NUOVE PROSPETTIVE DI RICERCA
PER IL TEATRO E LO SPETTACOLO
Università di Bologna
Dipartimento di musica e spettacolo
via Barberia 4
24-25 maggio 2012
L'appuntamento annuale della CUT (Giovani precari e nuove prospettive di ricerca per il teatro e lo spettacolo) è questa volta dedicato alle ricerche dei giovani studiosi che, sempre più numerosi, costituiscono la fascia, ormai tristemente nota, del precariato: un limbo di ricercatori, spesso brillanti, che, pur lavorando a stretto contatto con l'università, non hanno possibilità di accedervi stabilmente, costruendo un rapporto professionale che coroni finalmente il loro curriculum.
In questi ultimi anni poi, con il sostanziale blocco dei concorsi e della mobilità accademica, le fila dei precari si sono ulteriormente ingrossate, costituendo di fatto la norma (e non l'eccezione) dell'iter accademico.
Per questo motivo la CUT, che già aveva deciso di riconoscere una rappresentanza dei precari nel Direttivo, ha voluto con questo convegno non solo porre l'attenzione sulla gravità del problema, ma, attraverso le relazioni, dar conto soprattutto delle capacità e della ricchezza di prospettive scientifiche che questi giovani studiosi stanno sviluppando lungo tutto l'arco delle teorie e della storia del teatro: dagli approcci interdisciplinari, alle ricerche sullo spettacolo di antico regime fino alla scena novecentesca e contemporanea.
Programma del Convegno
15 marzo 2012
Iago: Il discorso violento e della nostra violenza_Laboratorio teatrale Condotto da Paolo Fronticelli
Iago
Il discorso violento e della nostra violenza
Laboratorio teatrale Condotto da Paolo Fronticelli
Per un gruppo di attori entrare a contatto con “Otello” di William Shakespeare non significa solamente esplorare un archetipo emotivo delle relazioni umane, nero, intimo, passionale e profondo, ma anche scoprire la forza e l’efferatezza della nostra più potente arma a disposizione, come uomini e come attori: la parola.
Il laboratorio, usando come pretesto la messa in scena del testo, ha come scopo principale la scoperta o il perfezionamento delle abilità dell’attore e lo sviluppo di una coscienza più approfondita sugli elementi scenici.
L’energia, lo spazio, il ritmo, l’interiorità, le sensazioni, la comunicazione, tutti i cardini di base della recitazione sono sollecitati e messi alla prova.
Questo è il secondo modulo di un percorso già in fase di sviluppo.
Prima lezione di prova: giovedì 22 marzo ore 20.00
La prima fase, di analisi e improvvisazione, ha prodotto una dimostrazione di lavoro aperta al pubblico e presentata il 1° marzo presso lo Spazio Barnum che ha dato concretezza al materiale scenico esplorato dal gruppo. Un gioco di improvvisazione ha permesso gli allievi di narrare Otello, filtrato dalla loro fantasia e dalle loro esperienze personali. Ora questa memoria condivisa deve dare vita a una vera e propria messa in scena della drammaturgia.
Programma:
• Training fisico e vocale.
• Improvvisazione vocale, respirazione, impostazione della voce e ritmica.
• Improvvisazione, gestione dello spazio, coro.
• Narrazione.
• Analisi del testo.
• Improvvisazione in struttura.
• Messa in scena.
Periodo: marzo - Giugno
Incontro a cadenza settimanale, Il giovedì dalle 20.00 alle 23.00
Il Laboratorio prevede una messa in scena di uno spettacolo teatrale.
Per Informazioni:
Paolo, 328/1934858
Niccolò, 392/7159946
19 ottobre 2011
Carmelo Bene appare a Bologna: contro la svendita della Cultura in Italia

Carmelo Bene appare a Bologna: contro la svendita della Cultura in Italia
Da Sabato 22 a Lunedì 24 Ottobre diversi attori, teatri ed organizzazioni in un programma di eventi artistico culturali per ricordare Carmelo Bene e la vicenda della sua casa Paterna.
Il 15 luglio parte della casa di Carmelo Bene - dove furono scritte le poesie giovanili, e tra le altre opere, “Nostra Signora dei Turchi”- viene ceduta a nuovi proprietari. Si tratta di due stanze, quelle ch’erano di CB. Stessa fine rischia di fare a breve il resto della casa dove vive la sorella Maria Luisa Bene.
Il programma, organizzato da Cafè Jonquille, dopo gli eventi a Santa Cesarea, dello scorso Luglio, porterà in Piazza Aldrovandi, nei pressi delle Torri della famosa Lectura Dantis Beniana e in svariati teatri di Bologna, un confronto diretto con il cittadino, interrogandolo sullo stato attuale dell'Arte in Italia e sulla preservazione dei suoi Beni Culturali.
La scaletta in programma è la seguente:
Sabato 22 ottobre 2011
Ore 19.00-21.00
Teatro dell'Ascolto:
"Apparizioni a fin di Voce"
Canti e Reading poetico in ricordo della figura di Carmelo Bene
(via Paradiso 7/A - Bologna)
Ore 21.30-02.00
Spazio culturale "Leggere Strutture"
"Per il nostro Bene"
Evento Esclusivo di Cafè Jonquille per il suo pubblico con proiezioni di film di Carmelo Bene, Reading, Musica, Aperitivo, Web Tv
8 euro tutto incluso
Tel 347/1868178 (Filippo) – 3420705672 (Ennio)
(Via Ferrarese 169/A - Bologna)
Domenica 23 ottobre 2011
Ore 20.00
Novartescenica
"I fiori del Bene"
Aperitivo Letterario di sensibilizzazione culturale con letture del "'L mal de Fiori" di Carmelo Bene
(via C. Ranzani 9 - Bologna)
Lunedì 24 ottobre 2011
ore 20.00
Teatro Laboratorio
"Bene (in)CONTRO Bologna"
Un Bene contro tutti attualizzato ai giorni nostri: per riflettere, capire, reinventare un futuro
(Via Mascarella 63/A - Bologna)
Inoltre:
Sabato – Domenica - Lunedì:
dalle 15.00 alle 19.00 in Piazza Aldrovandi. Tavolo di sensibilizzazione culturale con Volantinaggio,
raccolta firme, Tavolo di Discussione, Interviste, Web Tv ed altro
Il progetto di sensibilizzazione, a Luglio è partito proprio dalla casa Paterna di Carmelo Bene a Santa Cesarea grazie al sit-in organizzato da Orodè Deoro e Simone Franco; fa tappa questa volta a Bologna e ha come promotori Cafè Jonquille, una realtà teatrale-cinematografica di Reggio Emilia, e il Teatro dell’Otium di Bologna.
La vicenda della casa paterna di Carmelo Bene è un occasione per sensibilizzare il cittadino alla salvaguardia dei Beni Culturali Italiani e a non trascurare il nostro Patrimonio, che sempre di più è vittima di soprusi, di privatizzazioni selvagge, di abusi privati e statali.
Un invito quindi a favore del senso civico e della coesione sociale per i Beni Culturali in Italia.
Non possiamo ignorare un artista che tutta l’Europa ci ha invidiato. Non possiamo dimenticare che hanno scritto saggi su di lui filosofi della grandezza di Deleuze e Klossowski, Non possiamo dimenticare che è stato il primo a reinterpretare e rielaborare il lavoro di Antonin Artaud sulla voce. Non possiamo dimenticare la straordinaria Lectura Dantis dalla Torre degli Asinelli di Bologna. Non possiamo dimenticare che ha reinventato la scrittura di scena, così come la Phonè . Insomma non possiamo non inchinarci davanti ad un artista che ha cambiato sia il modo di fare teatro che la stessa concezione dell’arte. Carmelo Bene nel teatro è paragonabile ai più grandi artisti di tutti i tempi: Joyce o Kafka, o il suo tanto amato Francis Bacon.
E' per questi motivi che Cafè Jonquille cerca l'attenzione, dei personaggi della cultura, delle associazioni, delle istituzioni, dello stato per preservare quella ch'è una fonte di ricchezza e memoria del territorio Italiano.
Promotori dell'iniziativa:
Cafè Jonquille, Teatro dell’Otium e A.S.I.A.
con l'adesione e collaborazione di:
Teatro dell’ascolto
Angeli Alle Fermate
Teatro Laboratorio
Teatro del Navile
Novartescenica
interferenze.tv
LaWeb.TV
YouBo Bologna
RavennaWebTv
SenapeTv
Contatti:
Tel 347/1868178 (Filippo) – 3420705672 (Ennio)
Email: cafejonquille@yahoo.it
11 ottobre 2011
Iago - O del discorso violento e della violenta gelosia (Laboratorio teatrale condotto da Paolo Fronticelli)

Iago
O del discorso violento e della violenta gelosia
Laboratorio teatrale condotto da Paolo Fronticelli.
Andando oltre alla bellezza oggettiva di questa drammaturgia, per un gruppo di attori entrare a contatto con “Otello” di William Shakespeare non significa solamente esplorare un archetipo emotivo delle relazioni umane, nero, intimo, passionale e profondo, ma anche scoprire la forza e l’efferatezza della nostra più potente arma a disposizione, come uomini e come attori: la parola.
Il laboratorio, usando come pretesto la messa in scena del testo, ha come scopo principale la scoperta o il perfezionamento delle abilità dell’attore e lo sviluppo di una coscienza più approfondita sugli elementi scenici.
L’energia, lo spazio, il ritmo, l’interiorità, le sensazioni, la comunicazione, tutti i cardini di base della recitazione sono sollecitati e messi alla prova.
La messa in scena si svolgerà in due fasi.
La prima sfocerà in una dimostrazione di lavoro aperta al pubblico e sarà una tappa di avvicinamento al testo e ai suoi temi. Il gruppo esplorerà il materiale scenico attraverso l’improvvisazione sollecitando la fantasia e le esperienze personali, così da sviluppare una memoria condivisa e un gioco di ensemble;
La seconda fase, partendo dalle proposte che il gruppo ha portato alla luce nella fase precedente, si occuperà di una vera e propria messa in scena della drammaturgia.
Programma:
• Training fisico e vocale.
• Improvvisazione vocale, respirazione, impostazione della voce e ritmica.
• Improvvisazione, gestione dello spazio, coro.
• Narrazione.
• Analisi del testo.
• Improvvisazione in struttura
• Messa in scena.
Periodo: Novembre - Giugno
Incontro a cadenza settimanale,
Il giovedì dalle 20.00 alle 23.00
Il Laboratorio prevede una dimostrazione di lavoro nel periodo di febbraio e la messa in scena di uno spettacolo teatrale presso Spazio Barnum, via de' Pepoli, 8/b, Bologna.
Per Informazioni:
Paolo Fronticelli, 328/1934858
Niccolò Baldari, 392/7159946
12 marzo 2011
L’Italia al bar. L’Unità secondo Collodi

L’Italia al bar.
L’Unità secondo Collodi
Liberamente tratto dai testi
di Carlo Lorenzini (Collodi)
17 marzo 2011 ore 21.00
Libreria Edison
Piazza della Repubblica – Firenze
regia di Niccolò Baldari
testi di Giovanni de Leva
da un'idea di Diego Gabriele
musiche di Alessandro Piccinetti e Luca Sciortino
direzione artistica di Andrea Monastero
grafica e locandina di Diego Gabriele
Teatro dell'Otium
con il supporto di:
Teatro Puccini
Con la voce di Collodi, il coro delle celebrazioni per i centocinquant’anni dell’Unità d’Italia guadagnerebbe un controcanto ironico, lucido quanto sinceramente animato di fede risorgimentale. La lettura-spettacolo L’Italia al bar. L’Unità secondo Collodi muove appunto da questo intento: a partire dai testi del Lorenzini giornalista, smontati e rimontati per una lettura a tre voci, si è cercato di ripensare all’Unificazione dalla singolare prospettiva d’un caffè della Firenze granducale, di raccontare cioè i fiorentini alle prese con l’Unità d’Italia.
Ne è risultato uno spettacolo comico e storico al tempo stesso, che inizia dal ritratto affettuoso e sarcastico dei “fiorentini d’una volta”, passa quindi al divertito ricordo della “brutta malattia” della Capitale provvisoria e che infine, dai tavolacci d’un caffè popolare, guarda alla neonata nazione con un misto di speranza e disincanto. Alla storia partecipano i più diversi personaggi: il fiorentino che sogna Livorno come fosse una meta esotica, la stessa città di Firenze che prende per secondo marito il governo italiano, l’onorevole Cenè Tanti o il ragazzo di strada, sorta di fratello di Pinocchio, a cui, non a caso, Collodi affida il compito di vivificare la nuova nazione.
Coerentemente all’ambientazione dello spettacolo, in cui alle voci degli attori s’intrecceranno interventi musicali dal vivo, L’Italia al bar prevede un allestimento iniziale proprio in alcuni bar fiorentini. L’idea è quella d’un itinerario ideale lungo la città, attraverso cui restituire all’autore di Pinocchio tutto il suo impegno politico, la passione d’un uomo che partecipò alla costruzione dello Stato italiano senza nasconderne però le contraddizioni originarie.
“Dentro questo Caffè, per ragione di diritto o di spensieratezza, era lecito parlare un po’ d’ogni cosa: anche di politica, anche di libertà, anche dell’Italia di là da venire; e se ne parlava senza mistero, a voce alta, come se il Granduca fosse un mito e il Prefetto di città un orco immaginario inventato apposta per far paura ai bambini che non vogliono addormentarsi. Le spie o “confidenti” non ci capitavano mai, o ci capitavano di rado, forse per paura di diventare liberali anche loro. Di qui partirono le prime dimostrazioni patriottiche del 1848, quelle dimostrazioni che oggi si chiamano piacevolmente quarantottate.”
02 marzo 2011
Charlotte Ossicini
Charlotte Ossicini (Berlino, 1980) e' dottore di ricerca in Studi Teatrali e Cinematografici (Universita' di Bologna, 2009). A partire dall'anno accademico 2005-2006, svolge attivita' didattica e di ricerca sia presso l'universita' di Bologna che presso corsi di alta formazione e master (ad esempio Fondazione ATER Formazione, Opera Academy Verona-Polo Nazionale Artistico di Alta Specializzazione sul Teatro Musicale e Coreutico).
Dalla tesi di dottorato, intitolata Chor-Theater. Genesi di un modello; Tipologie corali nel Novecento, incentrata sull'analisi dell'evoluzione del coro in quanto strumento teatrale, drammaturgico e performativo, è stato estratto il saggio Dal predrammatico al prediscorsivo; Il coro e la “musica del senso”, in Piersandra Di Matteo, Lucia Amara (a cura di-e di), Teatri di Voce, "Culture Teatrali", n. 20, giugno 2011, Edizioni I Quaderni del Battello Ebbro.
La formazione scientifica si e'incentrata, parallelamente, sull'ambito della scenografia, della scenotecnica [ad es. Paola Bignami, Charlotte Ossicini (a cura di-e di), L'album di scenotecnica di Koki Fregni, Clueb, Bologna 2008] e sullo studio del costume teatrale [Paolo Bonora, Charlotte Ossicini e Giuseppe Raffa, From relational metadata standards to CRM ontology: A case study in performing arts documentation, CIDOC 2006 Gothenburg-Sweden]. In particolare e' stata Coordinatrice Responsabile di un progetto di catalogazione informatica di costumi teatrali, (progetto Radames Teatro), esperienza che ha portato all'elaborazione di un manuale metodologico incentrato sullo studio e l'analisi di tale oggetto d'arte: Paola Bignami, Charlotte Ossicini, Il quadridimensionale instabile; Manuale per lo studio del costume teatrale, UTET, Novara 2010. Alle pubblicazioni sopra elencate, oltre a una serie di articoli, si aggiungono: il saggio L'altra meta' della Resistenza e, in collaborazione con Niccolo' Baldari, Concerto, recital di canzoni e spettacolo di lettura scenica dedicato alla Resistenza in Antonella Coppi (a cura di), Remus; Studi e ricerche sulla formazione musicale, atti del convegno, Morlacchi Editore, Perugia 2008; e altre due curatele: Charlotte Ossicini (a cura di-e di), Arnaldo Picchi, iconografia di un regista pedagogo, "Culture Teatrali", n. 17, autunno 2007, Edizioni I Quaderni del Battello Ebbro - all'interno del volume e' contenuto l'elaborato Illustrazioni o bozzetti? scaturito dalla tesi di laurea (relatore A. Picchi) e dedicato all'attivita' dello scultore e scrittore tedesco Ernst Barlach (1870-1938), appartenente al movimento espressionista - e Niccolo' Baldari, Charlotte Ossicini (a cura di-e di), Il testamento della zingara e altri racconti, Persiani Editore, Bologna 2008. Pubblicazione nata dal Festival Menabo'(1958-2008), un concorso multidisciplinare, creato dalle associazioni Teatro dell'Otium e Otiumstrasse, con il patrocinio del Comune e della Provincia di Bologna e della Regione Emilia Romagna.
Dalla tesi di dottorato, intitolata Chor-Theater. Genesi di un modello; Tipologie corali nel Novecento, incentrata sull'analisi dell'evoluzione del coro in quanto strumento teatrale, drammaturgico e performativo, è stato estratto il saggio Dal predrammatico al prediscorsivo; Il coro e la “musica del senso”, in Piersandra Di Matteo, Lucia Amara (a cura di-e di), Teatri di Voce, "Culture Teatrali", n. 20, giugno 2011, Edizioni I Quaderni del Battello Ebbro.
La formazione scientifica si e'incentrata, parallelamente, sull'ambito della scenografia, della scenotecnica [ad es. Paola Bignami, Charlotte Ossicini (a cura di-e di), L'album di scenotecnica di Koki Fregni, Clueb, Bologna 2008] e sullo studio del costume teatrale [Paolo Bonora, Charlotte Ossicini e Giuseppe Raffa, From relational metadata standards to CRM ontology: A case study in performing arts documentation, CIDOC 2006 Gothenburg-Sweden]. In particolare e' stata Coordinatrice Responsabile di un progetto di catalogazione informatica di costumi teatrali, (progetto Radames Teatro), esperienza che ha portato all'elaborazione di un manuale metodologico incentrato sullo studio e l'analisi di tale oggetto d'arte: Paola Bignami, Charlotte Ossicini, Il quadridimensionale instabile; Manuale per lo studio del costume teatrale, UTET, Novara 2010. Alle pubblicazioni sopra elencate, oltre a una serie di articoli, si aggiungono: il saggio L'altra meta' della Resistenza e, in collaborazione con Niccolo' Baldari, Concerto, recital di canzoni e spettacolo di lettura scenica dedicato alla Resistenza in Antonella Coppi (a cura di), Remus; Studi e ricerche sulla formazione musicale, atti del convegno, Morlacchi Editore, Perugia 2008; e altre due curatele: Charlotte Ossicini (a cura di-e di), Arnaldo Picchi, iconografia di un regista pedagogo, "Culture Teatrali", n. 17, autunno 2007, Edizioni I Quaderni del Battello Ebbro - all'interno del volume e' contenuto l'elaborato Illustrazioni o bozzetti? scaturito dalla tesi di laurea (relatore A. Picchi) e dedicato all'attivita' dello scultore e scrittore tedesco Ernst Barlach (1870-1938), appartenente al movimento espressionista - e Niccolo' Baldari, Charlotte Ossicini (a cura di-e di), Il testamento della zingara e altri racconti, Persiani Editore, Bologna 2008. Pubblicazione nata dal Festival Menabo'(1958-2008), un concorso multidisciplinare, creato dalle associazioni Teatro dell'Otium e Otiumstrasse, con il patrocinio del Comune e della Provincia di Bologna e della Regione Emilia Romagna.
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03 dicembre 2009
LABORATORIO TEATRALE Ros e Guild sono vivi? Ovvero: aspettando Amleto.
Si può ridere sul significato della vita e della morte? Si può ridere parlando della sofferenza, della pazzia, del fallimento, del senso di inferiorità, della paura? Insomma: si può ridere del Teatro, quello con la T maiuscola? di Amleto, per esempio, si può ridere?
Si può fare molto di più! Si può imparare a metterlo in scena!
Laboratorio teatrale basato sull’opera "Rosencrantz e Guildenstern sono Morti", una tragicommedia legata al teatro dell'assurdo e all'esistenzialismo, scritta dal commediografo inglese Tom Stoppard.
Il Laboratorio, condotto da Paolo Fronticelli, avrà una durata di 18 incontri a cadenza settimanale, il Giovedì sera dalle 20,00 alle 23,00 presso la nuova sede dell’Associazione “Teatro dell’ Otium”, Piazza di Porta Mascarella 2/2 (Bologna).
Il laboratorio prevede la creazione di uno spettacolo teatrale.
Lezione di prova gratuita, Giovedì 17 Dicembre 2009
Inizio del Laboratorio: Giovedì 14 gennaio
Per informazioni telefonare a:
Paolo, 328/1934858
Niccolò, 338/3012252
Paolo Fronticelli: curriculum vitae disponibile al seguente link
http://www.skeneartiteatrali.it/paolo_fronticelli.html
Per informazioni telefonare a:
Paolo, 328/1934858
Niccolò, 338/3012252
Paolo Fronticelli: curriculum vitae disponibile al seguente link
http://www.skeneartiteatrali.it/paolo_fronticelli.html
13 novembre 2009
I nostri antenati - di Italo Calvino
Le associazioni culturali "Rimacheride" e "Teatro dell'Otium" presentano I NOSTRI ANTENATI
Durata: 50 - 70min. a spettacolo
Il progetto prevede la messa in scena, per ragazzi di età compresa fra i 10 e i 14 anni, della trilogia di romanzi che Italo Calvino ha raccolto sotto il nome di I nostri Antenati.
Il progetto prevede tre spettacoli distinti ma collegati dal tema della fantasia-moralistica calviniana:
1) Il visconte dimezzato
2) Il barone rampante
3) Il cavaliere inesistente
Dopo un'attenta lettura del testo calviniano si è deciso di creare degli adattamenti teatrali che permettessero ai bambini di avvicinarsi all'opera di Italo Calvino attraverso il gioco e il divertimento. Discostandosi dall'accademicità, con cui il testo è spesso presentato nelle scuole, si è cercato di estremizzarne la componente comica, non tralasciando però le tematiche più impegnative.
Pur essendo il tema dei romanzi calviniani un tema arduo, in quanto basato sull'intento di descrivere l'uomo, esso si presta, grazie alla sua forte caratterizzazione fantastica, ad una rappresentazione per bambini. Le figure del cavaliere inesistente, del barone che vive fra gli alberi, e del visconte che viene diviso in due metà perfettamente complementari stuzzicano la fantasia dei bambini, anche di diverse fasce d'età.
Il testo Calviniano, nella sua complessità, ricca di mille sfaccettature, offre ai bambini un campo ampio di comprensione della vita, con quella leggerezza e quell'ironia che solo Calvino sa dare.
Gli attori a fine spettacolo ascolteranno le impressioni e le domande dei bambini per facilitare la comprensione totale dello spettacolo ed invogliare i bambini alla lettura del testo messo in scena.
IL VISCONTE DIMEZZATO
Spettacolo per due attori con musica dal vivo
Tema centrale dello spettacolo è la dualità bene-male propria di ogni essere umano.
I "due visconti" calviniani rappresentano i due estremi della figura umana, l'uno la bontà più incondizionata, l'altro la cattiveria più crudele. Nel cercare di rappresentare questa dualità abbiamo scelto di far interpretare la figura del Visconte ad un unico attore capace, con una semplice variazione del costume e dell'espressione corporea, di impersonare i due Visconti. La scelta di usare un unico attore ci è sembrata la più adatta a far capire ai ragazzi come il bene e il male interagiscano all'interno di ognuno di noi, spesso lottando fra loro e confondendosi.
Nulla sembra fino alla fine poter far riunire le due metà fino a che i due visconti non scoprono di avere una cosa in comune: l'amore per Pamela.
L'amore per la ragazza sarà l'elemento che permetterà alle due metà di riunirsi in un unico uomo. Bene e male ritornano a condividere la vita e a vivere in equilibrio solo grazie all'amore, unica forza in grado di rendere l'uomo capace di vivere in armonia fra gli altri uomini e in armonia con se stesso.
Ad alleggerire la tematica forte dello spettacolo sarà la presenza di un attore comico che, slittando fra un personaggio e l'altro, colorerà la storia ricordando a tutti come, alla fine, ogni cosa può colorarsi di un sorriso.
IL BARONE RAMPANTE
Spettacolo per tre attori
Un ragazzo sale su di un albero, si arrampica tra i rami, passa da una pianta all'altra, decide che non scenderà più. Da questa semplice immagine Calvino trae un libro, Il barone rampante, un libro dove l'avventura diventa gioco, un gioco che però si complica ad ogni mossa.
Attraverso la ribellione di Cosimo Piovasco di Rondò abbiamo provato ad entrare nel gioco della disobbedienza, un gioco che acquista senso solo quando diventa disciplina morale più rigorosa di quella a cui si ribella. Come ogni gioco il barone rampante si muove in base a delle regole precise, reinventate, ridefinite nel suo svolgersi, ma essenziali perché possa arrivare al suo termine.
Come il barone, ognuno di noi cammina su fragili rami sui quali ci si può muovere solo se se ne conosce bene la resistenza. Come ogni avventura, l'avventura del barone non può che farci pensare alle mille domande che ogni esistenza pone, domande a cui ognuno di noi può dare la propria risposta, non sapendo mai fino in fondo se sia quella giusta.
IL CAVALIERE INESISTENTE
Spettacolo per tre attori
Scegliere quale fra le mille tematiche del romanzo rappresentare non è stata una scelta facile, soprattutto perché, fra i tre romanzi, il cavaliere inesistente è quello che forse sviluppa maggiormente la riflessione sull'interazione umana. Ogni personaggio infatti, rappresenta un lato diverso dell'essere umano e al contempo si rapporta con la società che lo circonda; nel caso del Cavaliere Inesistente: il medioevo di Carlo Magno. Ogni personaggio è alla continua ricerca di qualcosa che possa dare senso alla proprio esistenza, incontrandosi e scontrandosi con gli altri personaggi.
Calvino palesa tre grandi forze all'interno dell'agire umano: la guerra, l'amore, la diversità.
A partire da questa considerazione si è deciso di puntare l'attenzione sul concetto di Onore.
L'onore viene visto dai personaggi messi in scena come scudo, come meta, come ragione di vita, come modo di rapportarsi agli altri. Per onore ognuno di loro estremizza le proprie azioni fino a renderle comiche agli occhi di chi li guarda.
L'onore non è altro che un veicolo per riflettere sulle azioni umane, sulle motivazioni che muovono interi popoli a combattere fra loro, o semplici uomini a percorrere strade che li portano a perdere contatto con chi sta loro intorno.
Lo spettacolo è una parodia dell'uomo che può far riflettere sui valori ma anche sulle utopie che l'uomo costruisce intorno a sé.
Utili Idioti _ Bologna 2 agosto 1980
BOLOGNA 2 AGOSTO 1980
di
Giovanni de Leva
Niccolò Baldari
Regia:
Niccolò Baldari
Charlotte Ossicini
Musiche:
Umberto Cavalli
Alice Restani
Con:
Sara Bucci
Francesca Nipoti
Charlotte Ossicini
“Abbiamo bisogno di Utili Idioti che si agitino”. Tale proposito emerse nel corso del convegno organizzato a Roma dall’Istituto Pollio nel 1965, all’interno del quale prese corpo quella strategia della tensione che lega, come un filo rosso, le stragi di Piazza Fontana, di Peteano, di Piazza della Loggia, dell’Italicus e della stazione di Bologna. Da questa frase il titolo dello spettacolo che tenta di chiarire il retroscena della strage del 2 agosto, di svelarne burattini e burattinai. Noi crediamo che il Teatro possa divenire memoria storica, purché ricorra a documenti validi. Per la stesura di Utili idioti si è fatto riferimento, oltre agli atti del convegno Pollio, ad un’informativa della polizia pistoiese del 1948 su Licio Gelli, a “La nostra azione politica”, programma sequestrato a Lisbona nel 1974 e considerato uno dei più autorevoli manifesti della destra eversiva, agli atti del processo della Corte d’Assise di Bologna e a quelli della commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia P2. Documenti da cui emerge la collusione tra circoli atlantici, neofascisti, servizi segreti e P2, congiunti in un potere occulto capace di orientare la vita pubblica nazionale. Lo scopo perseguito era il controllo dei vertici politici e militari, il mezzo adottato il terrore. Lo dimostrano, tra l’altro, le eloquenti affermazioni del manifesto di Lisbona: “Il terrorismo dovrebbe colpire gli aerei, i treni, le strade per paralizzare la circolazione e rinchiudere così le persone a casa” e, più avanti, “Il terrorismo che dirigeremo distruggerà la fiducia nel potere costituito, disorienterà e dividerà, e alla fine ci garantirà l’adesione delle nostre stesse vittime”. Un crescendo di intenti che precipita nell’ultima, definitiva sentenza: “Occorre un’esplosione da cui non escano che i fantasmi”. Come rappresentare la strage di Bologna ed il progetto politico che ne fu all’origine? Tornando innanzitutto a quella stazione, la mattina del 2 agosto 1980. Evocando, in secondo luogo, le voci, una parrucchiera e una signora a sottolineare metaforicamente la trasversalità sociale del fenomeno, che pronuncino gli intenti, i proclami e le direttive del potere occulto. Svolgendo, infine, la trama in cui sono intessute tutte le stragi di stato italiane, attraverso l’incarnazione delle tre Moire: Cloto, Lachesi, Atropo che nella mitologia greca avevano rispettivamente il compito di svolgere il filo delle vicende umane, svelare i nomi ed attribuirne i ruoli, recidere il filo della vita, quale incarnazione del Fato, della morte, della giustizia. Cosicché utili idioti e gran maestri, burattinai e cavalieri escano da dietro le quinte e recitino il proprio ruolo, finalmente, sulla scena.
Quella mattina sono state assassinate 85 persone, ferite 200.
Cinque gradi di giudizio, dal 1987 al 1995, e relative sentenze hanno identificato esecutori e depistatori della strage di Bologna del 2 agosto 1980.
Il 23 novembre 1995 la Corte Suprema di Cassazione ha condannato all’ergastolo come esecutori della strage Valerio Giuseppe Fioravanti e Francesca Mambro, per delitto di calunnia (depistaggio) Licio Gelli, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte. E i mandanti? Nessun mandante.
Perché questo sipario sia infine sollevato e contro l’oblio del tempo è stato scritto Utili Idioti.
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Aragon messo alle strette - liberamente tratto da "Au pied du mur" di Louis Aragon
La messinscena de Au pied du mur (Messo alle strette) si presenta come la fase finale di un progetto triennale, iniziato nell’autunno del 2003 con la traduzione originale e la conseguente rivisitazione scenica del breve romanzo di Louis AragonLe con d’Irène (Il sesso di Irene); continuato nel 2004 con la rappresentazione dell’opera drammaturgica L’Armoire a glace en beau soir (L’Armadio a specchio in una bella serata), attraverso il quale il Teatro dell’Otium ha voluto scandagliare i grandi temi dell’opera del grande autore surrealista Louis Aragon[1] quali il rapporto contrastato con l’altro sesso e la visione ancestrale del doppio.
In Irene, liberamente tratto da Il sesso di Irene di Louis Aragon, il linguaggio fortemente erotico e dissacrante, osceno e grottesco de Il sesso di Irene; le tematiche anti - borghesi di numerose letture surrealiste, tra le quali Le lacrime dell’Eros di George Bataille, Il paesano di Parigi di Louis Aragon, Ricerche sulla sessualità a cura di A. Breton; il pensiero post freudiano di Roheim che intravedeva, in ogni più semplice e comune oggetto della nostra vita quotidiana, un simbolo fallico; la più conosciuta testimonianza letteraria di una delusione amorosa quale I dolori del giovane Werther di W. Goehte; l’analisi semiologica di un autore come Roland Barthes che per primo esamina con una violenta lente di ingrandimento i comportamenti spesso puerili e illogici dell’approccio sentimentale ne Frammenti di un discorso amoroso; l’impatto visivo di un graffito proveniente dalla caverna francese di Lascaux, che, riprodotto dalla pittrice Anna Voigt in un quadro, prenderà posto sul palcoscenico e che, secondo Bataille, rappresenta l’idea dell’orgasmo come piccola morte dell’ego maschile; la tradizione folcloristica del valzer e delle mazurche ballate nelle balere come simbolo della sessualità senile, ci hanno permesso di scindere l’io dell’autore in quattro diversi personaggi che sul palcoscenico vivono la propria solitudine gridando le loro insoddisfazioni. Narrano storie basate esclusivamente sul dominio della sessualità che, schiacciata dal comportamento civile ed ipocrita, assurge ad una potenza propria fatta di forte cinismo e, insieme, di grande poeticità.
Attraverso i costumi - installazioni che compongono la scenografia e la recitazione da un lato fortemente neutra ed estraniante, i personaggi acquistano una loro valenza semantica sottolineata dallo stesso accompagnamento musicale.
Prendendo come base il testo di Louis Aragon l’approccio con le musiche è venuto da sé. Immergendosi a fondo nella ripetuta lettura dell’opera si respira già da subito un’aria malsana, sporca, malsanamente romantica. I personaggi - non personaggi presenti ne Il sesso di Irene hanno una loro chiara fisionomia, anch’essa ai limiti della sopportazione, ai limiti del ridicolo e della farsa immaginifica. Abbiamo cercato di dare una voce musicale ad ogni personaggio, una sorta di respiro che li accompagna nella loro breve vita sul palco. Una sorta di impronta di riconoscimento uditivo che li segue, li rincorre e li raggiunge ogni volta che, in scena, prendono la parola.
Abbiamo per un attimo cercato di abbandonare gli stereotipi musicali imposti dall’accademia e dall’orecchio classico, per inoltrarci in qualcosa di più profondo, che vada nell’imo. Sebbene restii ad accettarlo comunemente come strumento musicale in tutto e per tutto, il computer e i vari software musicali di campionamento hanno dato il risultato che ci eravamo prefissati. Partendo da suoni comuni, come chitarre e violini, voci e percussioni, attraverso il supporto tecnologico, lì si sono trasformati, capovolti, offuscati, smembrati e ricomposti, arrivando a qualcosa di nuovo. Il senso globale che dà all’orecchio la musica composta è una sorta di stonatura piacevole, di confusione metodica, di melodia scordata. Abbiamo cercato di far corrispondere le musiche create alla funzione del personaggio, dando ad entrambi un nome e un volto. Essendo, il nostro, un gioco di contrasti ed opposti, si è mirato anche a far cozzare la voluta avanguardia musicale e la sperimentazione in essa congenita con melodie classiche. Le musiche, quindi, saranno intervallate da valzer di dubbia originalità e di facile comprendonio per un orecchio anche non allenato. Inoltre si avvertono, nell’ascolto delle musiche in sottofondo, anche brani dello stesso romanzo, recitati e cantati, trasformati di tono e capovolti, a basso volume, per confondersi con la musica e con la voce viva degli attori come in una specie di prodromo di tempesta che non arriverà.
Nella breve opera L’Armadio a specchio in una bella serata, scritta tra l’autunno del 1922 e l’aprile del 1923 nel Theatre des Champs - Elysees dove Aragon occupava un posto amministrativo, ci troviamo davanti ad un soggetto da vaudeville: il marito, Jules, rientra dopo essere stato in città per affari che lo hanno occupato tutta la giornata. Torna proprio in tempo per trovare la moglie sconvolta, tutta intenta a proteggere un armadio a specchio dentro al quale, sospettiamo, si nasconda l’amante. Tutto è molto classico; ad esserlo meno è la maniera in cui il soggetto è trattato in modo da pervenire ad un vaudeville tragico. Tutta l’azione consisterà da parte di Jules a ritardare l’apertura dell’armadio, mentre sua moglie Eleonore lo induce invece a farla finita, e lo esaspera affermando che lei ha un amante, che non poteva fare altrimenti, come lui non può fare altro che ucciderli ambedue con il martello che ha comprato in città.
A fare da sfondo a questa situazione piccolo borghese, un mondo bizzarro in cui si distinguono una donna semi nuda con il capo coperto da un grande cappello a fiori, un giovane soldato, il presidente della Repubblica seguito dal suo primo generale, due gemelle siamesi, una fata che in una sorta di assurda pantomima rivendicano con forza la loro appartenenza al quotidiano.
L’Armadio a specchio in una bella serata considerato da Béhar [2] l’esempio più perfetto della corrente letteraria dell’assurdo - grottesco si differenzia fortemente, dal punto di vista formale da Il sesso di Irene; l’impianto strutturale è quello del tipico dramma borghese che ha per nucleo il ménage a trois, ma Aragon inserisce un prologo ed un epilogo apparentemente slegati e che contribuiscono a minare dall’interno l’intera struttura. Il dramma che si consuma sul tema del possibile amante nascosto dalla moglie nell’armadio viene esasperato attraverso un linguaggio al limite del nonsenso e da una parodia del parlato borghese. La figura di Eleonore risulta incomprensibile. Gioca sul filo, difende l’apertura dell’armadio continuando a ripetere che all’interno non vi è nessuno. Provoca il marito con una punta di autocompiacimento, rende il clima tra le pareti domestiche invivibile.
Prendendo spunto dalle prime proiezioni cinematografiche senza sonoro e, per tale motivo, accompagnate e commentate dal vivo, la musica utilizzata nella messinscena è rigorosamente acustica e prevede per l’accompagnamento delle sequenze sceniche, l’utilizzo di un pianista in scena.
Se Irene appare come un personaggio archetipo , simbolo di un atteggiamento dominato dal desiderio di concupiscenza, Eleonore è il suo corrispondente piccolo borghese. Nella sua discesa al quotidiano si colora di elementi tragicomici messi in evidenza da una regia di stampo classico. Se in Irene alla traduzione originale dell’opera si sono voluti affiancare con un collage tematico svariati riferimenti letterari, la messinscena dell’Armadio a specchio, anch’essa una traduzione originale, si è basata su una fedeltà maniacale al testo e alle sollecitazioni surrealiste.
Au pied du mur (Messo alle strette), pubblicato nella raccolta Le Libertinage nel 1924, rappresentato per la prima volta il 28 maggio 1925 al Vieux Colombier con la regia e l’allestimento scenico di Antonin Artaud, non cerca la finzione come avveniva ne L’Armadio a specchio in una bella serata; il soggetto, se sene volesse trovare uno, potrebbe essere l’esilio volontario di un amante ma, questo, viene trattato in modo completamente personale da Aragon che, come nell’opera precedente, sconcerta lo spettatore con un prologo apparentemente arbitrario. Appare fin da subito evidente che il dramma a cui si assiste si presenta più sotto forma di un film che come opera di teatro. Più che di scene si dovrebbe parlare di piani, nei quali la luce verrà utilizzata come nel cinema, ponendo l’accento su un volto, su un attore mentre gli altri continuano ad agire nell’ombra.
Se ne L’Armadio a specchio in una bella serata la tematica del doppio, intesa metaforicamente come riflesso del proprio volto su di una superficie specchiante, si è tradotta dal punto di vista scenografico in un interno piccolo borghese appena abbozzato (un attaccapanni, un tavolo e tre sedie e naturalmente l’armadio a specchio) ricoperto da una pellicola adesiva specchiante, nel caso di Messo alle strette lo stesso Aragon suggerisce in didascalia un’immagine poetica: i personaggi vengono improvvisamente proiettati in una sorta di ghiacciaio,
“Non poteva sfuggire al privilegiato spettatore della prima che, poiché il ghiacciaio dove essi si parlano, funge da specchio, l’uno è il riflesso dell’altro, e in definitiva tutti e due sono il riflesso doppio dell’autore che gridava <> e <> [3]
Logicamente non verrà riprodotto il ghiacciaio ma si punterà a ricreare un continuo riverbero di luci e di riflessi sfaccettati attraverso l’utilizzo dei materiali più diversi: da veri e propri specchi a gocce di cristallo a catini pieni d’acqua a vestiti ricoperti di pailettes.La tematica del doppio irrompe anche dal punto di vista recitativo: Irene e Eleonore divengono Melania e Olimpia interpretate dalla stessa attrice; il personaggio maschile, sempre inteso nel corso delle precedenti messinscene come alter ego di Aragon, si scinde in tre personaggi diversi. Due di questi saranno interpretati dallo stesso attore mentre il terzo merita un discorso a parte: si è già molto discusso dell’entrata del personaggio del raisonneur soprattutto dalla fine dell’ottocento, un personaggio che può essere detto il reale nuovo protagonista dell’avanguardia teatrale del primo novecento, il personaggio che specularmente simboleggia sul palcoscenico la nascita della nuova figura del regista. Anche Aragon inserisce qui un raisonneur che egli indica in didascalia con la dicitura di speaker e che si rivolge all’orchestra o alle luci facendo vedere dal vivo la sua egemonia sull’evento teatrale come il dottor Hinkfuss in Questa sera si recita a soggetto scritto tra la fine del 1928 e l’inizio del 1929 da Luigi Pirandello.
Nella nostra regia lo speaker - raisonneur diviene un vero e proprio attore di avanspettacolo, un Petrolini che si mette in bocca il napoletano. I personaggi vincolati al prologo e all’epilogo dell’Armadio a specchio ora irrompono sulla scena nei momenti più inaspettati portando la tematica del doppio su vere e proprie atmosfere meta teatrali.
Lo spettatore che volesse ostinatamente interessarsi ad una storia è costantemente disorientato da intermezzi scenici costruiti talvolta sul genere della farsa: davanti al sipario un uomo accovacciato cerca qualcosa, un altro segue i suoi gesti, cerca di aiutarlo, gli fa delle domande e per tutta risposta riceve un paio di schiaffi. Altre scene del genere guignol hanno permesso a G. Raillard di considerare Aragon come un precursore di Ionesco [4].
Nella messinscena de L’Armadio a specchio in una bella serata era prevista, secondo i dettami del genere vaudeville, una canzone, che, mantenuta nel testo originale in francese e musicata dal nostro compositore, veniva cantata da uno degli attori in scena.
Ne A pied du mur manterremo tale impianto dal momento che nel testo trovano posto tre canzoni.
Se il testo originale di Louis Aragon si componeva di due atti, nella traduzione e nella riduzione per la rappresentazione scenica si presenta come un atto unico all’interno del quale agiranno sette attori.
[1] Louis Aragon, scrittore francese, nacque a Parigi nel 1897. Insieme ad André Breton e a Philippe Soupalt fondò la rivista Litterature (Letteratura, 1919 - 1924), ritenuta dalla critica la prima di genere surrealista. Nel 1923 il gruppo fondò la rivista La révolution surréaliste (La rivoluzione surrealista). Di questi anni sono le opere Feu de Joie, 1919, Le Libertinage, 1924 e Mouvement perpétuel, 1925, con spiccati influssi provenienti dagli amici Reverdy e Apollinaire. L’incontro con la scrittrice russa Elsa Triolet, avvenuto a Parigi nel 1928, cambiò radicalmente la sua vita: Elsa divenne la sua compagna nonché la sua consigliera. Aragon poteva così dimenticare i pensieri che, come un novello Werther, lo avevano spinto, pochi mesi prima, a tentare il suicidio all’interruzione del rapporto con Nancy Cunard.
[2] Henri Behar, Il teatro dada e surrealista, Einaudi, Torino, 1976
[3] Henri Bèhar, Il teatro dada e surrealista, Einaudi, Torino, 1976, p.153.
[4] in Aragon, Classiques du XX Siècle, Edizioni universitarie, Parigi, 1964
L'armadio a specchio in una bella serata
La breve opera "L'Armadio a specchio in una bella serata", è stata scritta tra l'autunno del 1922 e l'aprile del 1923 nel Theatre des Champs - Elysees dove Aragon occupava un posto amministrativo. Ci troviamo davanti a un soggetto da vaudeville: il marito Jules, rientra dopo essere stato in città per affari che lo hanno occupato tutta la giornata. Torna proprio in tempo per trovare la moglie sconvolta, tutta intenta a proteggere un armadio a specchio nel quale, sospettiamo, si nasconda l'amante. Tutto è molto classico; ad esserlo meno è la maniera in cui il soggetto è trattato in modo da pervenire ad un vaudeville tragico. Tutta l'azione consisterà da parte di Jules a ritardare l'apertura dell'armadio, mentre sua moglie Eleonore lo induce invece a farla finita, e lo esaspera affermando che lei ha un amante, che non poteva fare altrimenti, come lui non può fare altro che ucciderli entrambi con il martello che ha comperato in città A fare da sfondo a questa situazione piccolo borghese, un mondo bizzarro in cui si distinguono una donna semi nuda con il capo coperto da un grande cappello a fiori, un giovane soldato, il presidente della repubblica seguito dal suo primo generale, due gemelle siamesi, una fata che in una sorta di pantomima assurda rivendicano con forza la loro appartenenza al quotidiano.
La messa in scena del dramma L'Armoire a glace un beau soir, rientra in un più ampio progetto di ricerca sulla scrittura dell'autore surrealista Louis Aragon, iniziato nell'aprle del 2003 con la messa in scena del breve romanzo del 1928 Il Sesso di Irene, andato in scena per la prima volta presso il Teatro ITC di S. Lazzaro.
Regia: Niccolò Baldari e Charlotte Ossicini
Musiche originali: Umberto Cavalli
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