Si segnala:
ECTOPLASMI
Amorosi (BN) – Cortile de Capua
6-15 luglio 2013 all'interno di AmoTe Festival http://www.amotefestival.it/il-festival/
orario 18:00 – 21:00
info e contatti al seguente link: http://www.amotefestival.it/contatti/
L'intera mostra è un incontro di diversi mondi: una sinergia di teatro, poesia e fotografia.
Teatro e fotografia hanno radice comune:
“Tuttavia (mi pare) non è attraverso la Pittura che la Fotografia perviene all’arte, bensì attraverso il Teatro.”
(Roland Barthes, La camera chiara)
Daguerre è il padre ufficiale della fotografia, già inventore del Diorama, teatro nato per soddisfare il gusto dell'epoca per l'illusione. E proprio la necessità di una illusione completa porta Daguerre alla ricerca di un'approssimazione sempre maggiore verso i modelli da ritrarre e allo studio di lastre fotosensibili, in grado di “fermare” la luce (quindi alla società con Niépce e alla scoperta dello ioduro d'argento). Il daguerrotipo nasce per illudere lo spettatore e come il teatro diventa luogo della visione: sono due “macchine” fatte per vedere e, nel vedere, inquadrano una parte del mondo e la separano da esso trasformandola in oggetti e arricchendo questi oggetti di arte. Nate con lo scopo di imitare la realtà, nell’incorniciarla non possono far altro che riassumerla, commentarla, descriverla, ovvero metterla in scena. (Ugo Volli, La quercia del Duca).
E se la fotografia nasce nel teatro è soprattutto ad esso vicina“
[…] attraverso un singolare relais (può darsi che io sia il solo a vederlo): la Morte. […] la Foto è come un teatro primitivo, come un Quadro Vivente: la raffigurazione della faccia immobile e truccata sotto la quale noi vediamo i morti.”
(Roland Barthes, op.cit.)
Il legame tra teatro e fotografia instaurato sulla morte è tangibile in una delle tappe importanti (forse la più importante) del viaggio di Maurizio Buscarino (esponente della fotografia di teatro): l’incontro con il regista Tadeusz Kantor. Il suo teatro è messa in scena dei meccanismi della memoria: sotto le luci prende forma esattamente quello che da sempre spinge Buscarino a fare fotografia. Fotografare il teatro significa, per lui, cogliere l’atto di chi viene in luce per annunciare la sua scomparsa e il teatro di Kantor è esattamente questo: morte, non intesa come ombra che aleggia sulla vita, ma esibizione del vivere stesso. Nei lavori del regista polacco si avverte l’intuizione dell’essere già morto, egli chiama a sé attori e pubblico e li invita ad un ultimo giro di valzer, intrappolandoli in un unico luogo senza via d’uscita e senza quinte. Attori e pubblico sono messi nell’ombra, come non viventi, fino a quando il regista, con un gesto della mano, li richiama in luce.
La fotografia di Buscarino e il teatro di Kantor sono entrambi luoghi della memoria. In entrambi troviamo due piani fondamentali, il presente ed il passato, in cui per-venire in luce, per manifestarsi ed essere visti e vivi, bisogna essere già morti. La fotografia è un insieme di dolcezza e crudeltà, un insieme di istanti che vengono uccisi, fantasmi che vorrebbero consolare e che possono solo annunciare l’assenza.
Lo studio “Ectoplasmi” vuole interrogarsi sulla fotografia (perccorrendo una strada “non pura”) e sul teatro, sul concetto di morte, sulla follia degli uomini che vivono come se fossero già morti o che vivono senza sapere di essere “assenti”. E' necessario quindi l'incontro con la poesia e in particolare con il Montale del “quarto” periodo, del Satura in cui c'è una svolta ad uno stile più prosastico e ad un tono sarcastico. Il tema del tempo è quello più stimolante dal punto di vista fotografico: un tempo come luogo in cui i vivi non sanno di essere vivi e si lasciano trasportare dagli eventi, dalla storia, cadaveri che camminano; qualche volta qualcuno si trova fuori ma non è consapevole di potersi liberare dalla rete:
“[...]
La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s'incontra l'ectoplasma
d'uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n'ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.”
(E. Montale, La Storia, in Satura)
L'analisi si traduce dunque in sei foto in formato 50x70. Personaggi (fotografati in spettacoli teatrali) che appaiono sfocati, come fantasmi che si manifestano per testimoniare la propria assenza su sfondi – ogni opera è compasta da due scatti) che evocano paesaggi e oggetti quotidiani in dominanti di colore che enfatizzano il sentimento del momento.
BIOGRAFIA:
Flavio Romualdo Garofano, artista e fotografo sannita classe 1981. Laureato in Dams Teatro a Bologna. Dopo le prime esperienze di attore e aiuto regista (tra cui l’esperienza al Teatro Comunale di Ferrara in un progetto di collaborazione per la presentazione dello spettacolo di teatro-danza "Kontakthof mit Damen und Herren ab '65" della compagnia di Pina Bausch) dal 2006 inizia il suo percorso artistico nella fotografia con primi approcci, in particolar modo con la fotografia di scena. Nel 2011 è tra i vincitori del Premio ORA e nel 2012 è tra i segnalati al Premio Celeste
Tra le mostre personali più importanti: Via Crucis di mediazione tra passato e presente (2010) esposizione clandestina nelle vie del centro di Bologna sull’omicidio Lorusso; MAYA - da un'idea di Arthur Schopenhauer (2010), testo d'accompagnamento di Solidea Ruggiero, Bellezza Orsini, Bologna; Diario '06 - '10 (2011) a cura di Marta Cannoni, Sesto Senso, Bologna; Resti di un viaggio (2011) doppia personale Flavio Romualdo Garofano/Fabio Mazzola con testo critico di Marialessia Ferrara, Cantine Tufacee, Castelvenere (BN).
Tra le collettive: Meraviglioso! (2009) a cura di Gerardo di Feo, Auditorium APC, Sulmona (AQ); Жінка Woman 3000 - International art initiative about woman of the world (2010) a cura di Garage Gang Kollektiv, Ucraina; Alfabetomorso (2011) Mostra Virtuale, Progetto Maionese, Galleria EnPleinAir, Pinerolo (To); Tracce (2011) testo critico di Francesca de Filippi, Bellezza Orsini, Bologna; PROFILE (2012), Progetto Maionese, a cura di Elena Privitera e Marco Filippa, Galleria EnPleinAir, Pinerolo (To).
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02 luglio 2013
10 ottobre 2011
24 ottobre 2011 Teatro dell'Otium al Festival dellla Scienza di Genova

Non ho nulla da rimproverarmi
Stoccolma e dintorni 1911
di Stefano Ossicini
regia di Niccolò Baldari e Charlotte Ossicini
con
Sara Bucci (Barbara Ayrton)
Cristiana Raggi (Marie Curie)
Charlotte Ossicini (Hertha Ayrton)
Viviana Piccolo (Irène Curie)
arredi di scena: Aldina Gozzi
foto e video editing: Flavio Romualdo Garofano
proiezioni: Chiara Balsamo
macchine: Carlo Poggioli
1911, Parigi. Marie Curie, accusata per la storia d'amore con il fisico Paul Langevin, è costretta a fuggire e a nascondersi. Sta per essere espulsa dalla Francia e il suo secondo premio Nobel è a rischio. Le viene chiesto di rinunciare. Resisterà, assieme alla figlia Irène e con il forte supporto dei suoi amici scienziati, a tutti gli attacchi e andrà a Stoccolma a ritirare il premio mostrando grande coraggio civile. In seguito si rifugerà a Londra dalla sua migliore amica, la scienziata Hertha Ayrton, dirigente del movimento delle suffragette, allora nel suo momento più caldo.
Una storia vera, dove si mescolano vicende personali, amore per la ricerca e impegno sociale. Le figure sulla scena toccano diversi contenuti scientifici: la complessità del metodo sperimentale e la sua importanza nella didattica nella scuola secondaria, i nuovi campi aperti dalla ricerca sulla radioattività, il ruolo degli errori, le tematiche relative alle ricerche in fluidodinamica. Qui trova così il suo spazio il racconto del non facile rapporto fra scienza e società, ancora oggi estremamente attuale: il ruolo delle scienze di base rispetto a quelle applicate, la discussione relativa ai diritti d'autore, la proprietà intellettuale e i brevetti, e infine la posizione delle donne nella scienza. Sia Marie Curie che Hertha Ayrton sono due ricercatrici di grande valore che hanno trovato notevoli difficoltà nella libera espressione delle loro convinzioni, ma non hanno mai perso di vista la possibilità, una volta conseguito il successo, di aiutare altre donne nel lavoro scientifico.
Non ho nulla da rimproverarmi - Stoccolma e dintorni 1911 al Festival della Scienza
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